Addio all’analogico, con poche speranze

E ci mancava solo il terremoto, così ora quest’anno non ci saremo fatti mancare nulla, davvero. Chi scrive queste note – va detto subito – è, per fare una battuta sdrammatizzante, ‘in conflitto d’interesse’, in quanto bolognese, e quindi emiliano, e vive dalle parti di Bologna almeno nei week-end, ragion per cui è stato colpito più direttamente di altri da questo sisma maledetto, e anzi ha vissuto in tutta la sua drammaticità la fortissima scossa che ha dato inizio a questa lunghissima serie, ne…

E ci mancava solo il terremoto, così ora quest'anno non ci saremo fatti mancare nulla, davvero. Chi scrive queste note - va detto subito - è, per fare una battuta sdrammatizzante, 'in conflitto d'interesse', in quanto bolognese, e quindi emiliano, e vive dalle parti di Bologna almeno nei week-end, ragion per cui è stato colpito più direttamente di altri da questo sisma maledetto, e anzi ha vissuto in tutta la sua drammaticità la fortissima scossa che ha dato inizio a questa lunghissima serie, nella notte fra 19 e 20 maggio, pur non avendo subito alcun tipo di danno.

Era doveroso cominciare questo commento mensile con un pensiero a questa ennesima circostanza negativa che sta ulteriormente funestando un anno in cui le cose sembrano già, per molti versi, volgere al peggio.

È difficile essere ottimisti, anche se nulla è eterno e ogni sequenza negativa dovrà pur avere una fine.

Oltre ai terremotati non ne possono più di parlare di crisi, in Italia e non solo, anche tantissime aziende, comprese quelle di Radio, Televisione, Audiovisivo e Comunicazione in genere che operano nel nostro Paese.

Qui, come nel caso del terremoto, si aspetta finalmente una svolta ma non se ne colgono al momento neppure le avvisaglie: la pubblicità latita, le difficoltà sono sempre maggiori, mancano i soldi, aumentano i problemi e le incertezze. Né l'orizzonte è sgombro di altre nubi, anzi.

In questo scenario sconfortante si va a inserire la fine del processo di switch off, con le ultime regioni del Sud. Quello degli switch off regionali è stato un ciclo lungo e quasi esasperante (nel frattempo sono fra l'altro cambiate le circostanze, per esempio con la scomparsa dell'assegnazione dei canali 61-69) e la fine di questa serie fa quasi tirare un sospiro di sollievo. Se non fosse che il Ministero dello Sviluppo Economico ha gestito la situazione in un modo che definire discutibile è poco, per esempio rendendo note le graduatorie e poi i canali poche ore prima di 'passare ai fatti'. Le Tv locali hanno avuto la netta sensazione di essere considerate 'l'ultima ruota del carro' e questo non le incoraggia certo ad affrontare il futuro con fiducia.

Non bastasse, al momento in cui scriviamo, cominciano ad addensarsi nubi e circostanze non proprio convincenti su graduatorie come quelle della Calabria, mentre la Sicilia potrebbe riservare 'grane' di non poco conto.

Intanto nulla si è ancora mosso (anche se potrebbe accadere a breve), al momento in cui scriviamo, su argomenti di enorme importanza come l'Agcom e la Rai, il cui previsto e auspicabile rinnovamento, con nuovi responsabili all'opera, si muove con esasperante lentezza.

Avevamo avvertito mesi fa che per il Governo Monti quella della Rai era una sfida 'da far tremare i polsi' e i fatti successivi l'hanno largamente confermato.

Resta da citare - in questo panorama deprimente - il settore radiofonico, che proprio a inizio giugno ha avuto uno 'scossone atteso', con la pubblicazione dei dati di ascolto della ricerca Eurisko. Non facciamo in tempo, per pure ragioni di chiusura numero, a darne conto questo mese, ma basterà dire che Rtl 102.5 risulta largamente prima, seguita da Deejay e da una di nuovo combattiva 105, mentre a colpire è la performance negativa di RadioRai, con RadioUno solo quinta e RadioDue ancora dietro. La Rai ha contestato a lungo questa indagine - va detto - ma i suoi bassi dati d'ascolto colpiscono e danno l'idea di una struttura che non presta più la dovuta attenzione a questa branca fondamentale della sua natura di 'servizio pubblico'.

Forse c'è davvero non poco da ripensare a RadioRai e ci viene da dire che si potrebbe cominciare dicendo qualcosa di 'vero' su questa progressiva strisciante dismissione degli impianti in AM, che tanta importanza hanno avuto nel passato della nostra radiofonia. Dare un segnale chiaro su questo punto sarebbe un primo segnale incoraggiante ma non ci facciamo illusioni.

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