‘Ammore e malavita’ vince il David di Donatello

 

Impreziosita dalla presenza e dai premi speciali assegnati a Stefania Sandrelli, Diane Keaton e Steven Spielberg, la serata degli Oscar è tornata nel 2018, come sembrava logico, su Rai1, dopo la ‘parentesi’ su Sky, ricordando peraltro che Rai Cinema è protagonista assoluta nel mondo della produzione e della distribuzione (con 01) e persino Rai Pubblicità ha un suo importante ‘circuito cinematografico’, senza contare poi quello che sarà il ruolo centrale della Rai nella ‘nuova Cinecittà’.

La trasmissione è stata opportunamente affidata alla conduzione di Carlo Conti, dopo che negli anni scorsi si era visto un po’ di tutto in questa serata Rai (Sky ha avuto il merito di ridare un po’ di solennità a questo appuntamento nelle ultime edizioni, spesso portate avanti in Rai con un po’ di ‘sufficienza’).

 

Venendo al merito, vediamo i principali premi della serata di ieri, 21 marzo.

Il vincitore assoluto dei David di Donatello 2018 è stato il bel musical dei Manetti Bros ‘Ammore e malavita’, miglior film in assoluto. Ma l’opera ha vinto anche diversi altri premi: ovviamente quello per la miglior canzone originale e quello per la miglior musica in generale, e anche (ex aequo) quello per i costumi, ma c’è stato anche il riconoscimento (davvero meritato) a Claudia Gerini quale miglior attrice non protagonista.

Il premio per il miglior regista è andato invece a Jonas Carpignano per ‘A Ciambra’ (che ha vinto anche per il montaggio), a riconoscimento di un’opera davvero particolare e bellissima, nata forse per caso ma sviluppata poi con grande partecipazione e convinzione.

Per gli attori protagonisti, hanno prevalso lo straordinario impegno di Jasmine Trinca in ‘Fortunata’ e la splendida maturità di interprete di Renato Carpentieri in ‘La tenerezza’. Entusiasmante (ci piace definirlo così) il premio a un veterano come Giuliano Montaldo, ma stavolta come miglior attore non protagonista per ‘Tutto quello che vuoi’.

Fra gli altri premi, si sono fatti notare quelli a un altro film felicemente ‘particolare’ come ‘Nico’ di Susanna Nicchiarelli (sceneggiatura originale, trucco, acconciature e, giustamente, suono) e non poteva poi mancare - ci pare - qualche riconoscimento a ‘Napoli velata’ di Ozpetek (miglior scenografia e miglior fotografia). Lo scrittore ‘giallo’ Donato Carrisi vede premiato il suo esordio nel cinema con ‘La ragazza nella nebbia’, mentre anche l’animazione trova spazio, meritatamente, con ‘Gatta Cenerentola’, anche per gli effetti digitali della Mad Entertainment. Infine, premio a una ‘diversa’ forma di lotta alla mafia con il riconoscimento alla miglior sceneggiatura non originale per ‘Sicilian ghost story’.

A bocca asciutta ‘The Place’, pur pluricandidato, ma l’ultimo film di Genovese mi era in effetti sembrato un po’ ‘forzato’, diciamo così.

 

Ma per tornare a ‘Ammore e malavita’, ripubblico qui la mia recensione del film scritta nell’ottobre scorso e apparsa originariamente sul sito della collega e amica Aurora Gonevi.

 

Recensione di 'Ammore e malavita'

 

Ci sono film che ‘nascono sotto una buona stella’. Pochi giorni fa avevamo collocato in questa categoria ‘A ciambra’ e questa volta ci pare di poter dire la stessa cosa, in riferimento a un genere del tutto diverso ovviamente, per questo ‘Ammore e malavita’, che già al Festival di Venezia era piaciuto un po’ a tutti, cosa abbastanza inconsueta per un film italiano, per giunta per un ‘musical’, per giunta ancora per registi come i (fratelli) Manetti Bros., che finora erano sì magari apprezzati ma considerati, alla fin fine, autori ‘per amatori’, più o meno ‘di serie B’, per capirci.

Questa volta la differenza rispetto al passato è che la produzione è stata fatta in grande stile, con convinzione, con adeguati finanziamenti, che si è fatto tutto proprio ‘per bene’, con attori bravi e pienamente in parte, che ci si è creduto fino in fondo, fino ad arrivare a un film lungo (più di due ore) ma che ‘scorre’ via benissimo, facendosi apprezzare da una bella fetta di pubblico in sala (come abbiamo direttamente constatato).

Ma di che genere è questo ‘Ammore è malavita’? È un misto di commedia (sentimentale e non solo) e crime story (come da titolo), ma soprattutto è un musical liberamente ispirato alla famosa sceneggiata napoletana, che di malavita in effetti parlava in lungo e in largo. Perché Napoli è poi la vera protagonista di tutta l’opera, da Scampia a Pozzuoli e ad altri luoghi della zona. E i riferimenti a ‘Gomorra’ sono pure evidenti, a partire dal nome del protagonista del film, che si chiama (sarà un caso?) proprio Ciro.

Ma c’è un altro protagonista assoluto del film ed è proprio il cinema stesso, i suoi generi, la sua storia, i suoi protagonisti, tanto che anziché fare le consuete citazioni ad uso più o meno esclusivo dei cinefili, qui si sceglie un’altra soluzione, ovvero si piazza il cinema proprio ‘dentro la trama’, con una scelta che ricorda quella del product placement, perché la ‘donna del capomala’ interpretata da Claudia Gerini ama talmente il grande schermo da citare film a ripetizione e da utilizzare quali soluzioni ai problemi le sceneggiature cinematografiche.

Aggiungeteci parecchia bella musica di stampo partenopeo, senza ricorrere più di tanto né al nuovo rap napoletano né ai neomelodici ma a brani trascinanti (fra cui una versione italiana solo leggermente ironica di ‘What a feeling!’) appositamente realizzati, qualche bella coreografia, una simpatica e accattivante trama appunto da ‘crime story’ (con un tocco di leggerezza e ironia che non inficia la storia, che è fra l’altro piena di sorprese), un tocco fortunato di regia (i Manetti qui sono davvero al loro meglio) e vi spiegherete facilmente come il tutto risulti molto simpatico e godibile.

E mica è finita qui: c’è una Napoli che con il suo mare e i suoi colori spicca sullo schermo per bellezza e fa da magnifica cornice alla storia. E ci sono gli attori, che sono quanto mai ‘giusti’, da una bellissima Serena Rossi (ora anche conduttrice sulla Rai) qui in versione ‘afro’ e alla fine del film incinta come nella realtà, a Giampaolo Morelli, che lascia i panni dello sgangherato commissario Coliandro e si trasforma in un ‘malavitoso pentito’ (per via amorosa), a Carlo Buccirosso, come sempre strepitoso.

Inutile raccontare la trama, meglio godersela sullo schermo, meglio apprezzare la rara riuscita di un’operazione complicata, condotta sempre ‘sul filo’, in cui i generi cinematografici prescelti sono poco più che pretesti per fare alla fine proprio un bel ‘film complessivo’, con la ancor più rara capacità di divertirsi davvero, senza però, contemporaneamente, mai prendersi troppo sul serio.

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