Millecanali

Cinema nel mondo arabo, la rivoluzione di Doha

Una finestra sul mondo del Doha Film Institute: la Ceo Fatma Al Remaihi racconta gli obiettivi e i traguardi di una realtà culturale in grande fermento

Una realtà culturale giovane ma in grandissima espansione: il Doha Film Institute promuove il cinema attraverso un ventaglio d’iniziative culturali con un doppio legame con l’Italia e con il Giffoni Film Festival. L’istituto si occupa di produzione, distribuzione, sviluppo progetti e raccolta fondi per promuovere l’industria cinematografica in Qatar che trova una voce potente d’espressione nell’Ajyal Youth Film Festival, in programma dal 29 novembre al 4 dicembre 2017. Finora l’istituto ha finanziato più di 340 film provenienti da 57 paesi procedendo due volte l’anno con la raccolta di somme destinate ad incentivare opere prime e seconde di film maker provenienti da tutto il mondo. I talenti locali sono supportati dal Qatari Film Fund (QFF) per produrre ogni anno otto corti e quattro lungometraggi.

Fatma Al Remaihi e Meg Ryan (Photo by Eamonn M. McCormack/Getty Images)

Promuovendo iniziative culturale e screening, il DFI dedica masterclass e meeting a talenti provenienti da tutto il mondo (Qumra). Tra gli ospiti delle passate edizioni anche Gael Garcia Bernal e James Schamus. Lo staff  del DFI è lungimirante e visionario, capitanato dal Ceo Fatma Al Remaihi che, nell’intervista che segue, ha condiviso esperienze e obiettivi di un panorama in continuo fermento.

Qual è l’obiettivo principale del Doha Film Institute?

L’istituto è un’organizzazione culturale no-profit senza scopi politici: creata nel 2010 dalla sorella dello sceicco, sua eccellenza Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Althani, è animata dalla ferma volontà di supportare la cultura nel mondo arabo ascoltando tutte le voci, per implementare l’industria cinematografica offrendo stabilità ai film maker di esprimere liberamente il loro punto di vista. Vogliamo cambiare la visione che all’estero si ha del mondo arabo iniziando a raccontarlo noi stessi.

L’istituto organizza l’Ajyal Youth Film Festival. Cosa ci si aspetta dall’edizione 2017?

La quinta edizione conferma la volontà di questo giovane festival di guardare al futuro, iniziando da piccoli a sviluppare uno spirito critico. Io stesso ho sempre visto pellicole prodotte a Hollywood ma nessuno fino ai miei 30 anni mi ha mostrato altre realtà filmiche, mentre adesso ho sviluppato la capacità di apprezzare ogni genere di prodotto audiovisivo, soprattutto quello di natura indipendente fatto di splendide storie in cui ci si può relazionare. Questo processo di conoscenza ha il potere di cambiare la società perché non è solo entertainment ma educazione. Il nostro festival offre la stessa possibilità a bambini dai 4 anni in su che vedono i film e ne discutono insieme per capire meglio il mondo. Per noi cinque anni sono un record perché nessun avvenimento culturale del genere ha superato la pietra miliare delle quattro edizioni. E ora sono convinta che abbiamo messo insieme il miglior programma possibile, che coinvolge anche i genitori e l’intera comunità.

Quanto è importante la partnership con il Giffoni Film Festival?

È un’amicizia più che una partnership, nata molto prima della nascita del nostro festival, a Tribeca. Frequento la manifestazione da lungo tempo e voglio portare quell’energia e quell’entusiasmo contagioso a Doha, quindi il nostro concept di festival si basa su quello di Giffoni, imparando le lezioni insegnate dall’esperienza e dal know how dello staff. Abbiamo aggiunto una sezione “local” dedicata proprio ai film maker che vivono in Qatar, si chiama “made in Qatar” e l’anno scorso contava diciassette film e ha registrato il primo sold out perché la gente si deve rivedere su grande schermo.

Quale elemento culturale dei film realizzati in Qatar attrae maggiormente il pubblico internazionale?

La cosa più scioccante per il pubblico internazionale che vede i nostri film è quella di rendersi conto che siamo tutti uguali, ci stanno a cuore i temi sono universali, come il bullismo, il senso di fratellanza o di perdita, e la sfida è quella di affrontarli insieme per vivere in armonia.

Che tipo di risposte si aspettano di ricevere i giovani dai film?

In Qatar si vive con stabilità e sicurezza ma in altre parti della regione i ragazzi hanno bisogno di speranza, magari hanno perso la casa, la famiglia, tutto e devono trovare una ragione per vivere. Coinvolgiamo Unesco e Unicef nell’aiuto dei rifugiati e ci adoperiamo per essere inclusivi. Ad esempio le proiezioni coinvolgono anche la comunità non udente e non vedente e non era mai successo prima. I ragazzi escono dalla sala piangendo, un piccolo segno dell’impegno per costruire insieme il futuro.

La fondatrice dell’istituto è una donna. Pensa che un punto di vista femminile possa fare la differenza nello scenario culturale del Qatar?

Sua eccellenza è un modello di comportamento che ha seguito l’esempio della madre che si è sempre distinta nell’impegno educativo e sociale, promuovendo la cultura universitaria e investendo nella gente con nuove opportunità anche scolastiche. Ha aperto molte porte, ha sperimentato nuove opportunità e ha permesso alle giovani generazioni di credere che tutto sia alla loro portata, qualcosa che 40 anni fa non era possibile.

Secondo lei un film può creare un dialogo tra diverse culture e paesi? Costruire ponti anziché muri?

I film costruiscono ponti di comunicazione e cambiano la vita per il meglio. Basti pensare ad esempio all’impatto che ha avuto il documentario ambientale di Al Gore sul mondo, ha alzato il senso di consapevolezza sulla faccenda e ha usato uno strumento potentissimo. Una pellicola deve far riflettere e pensare e quando si esce dalla sala bisogna portarsela a casa.

Ricorda qualche film presentato al vostro festival che ha davvero fatto la differenza?

Life, animated, presentato l’anno scorso ai ragazzi tra i 18 e ai 21 anni, parla di un ragazzo autistico. Grazie alla visione del documentario finalmente c’è stata una comprensione di questa malattia. Nella nostra lingua la parola che la identifica si può tradurre con “voglio essere solo” ma non è così, chi ne soffre vuole comunicare, stare con noi.

Un altro esempio?

L’anno scorso abbiamo chiesto al pubblico di girare un video su come si vive in Qatar ed è stato usato per incentivare il turismo. Abbiamo ricevuto 10 mila filmati che si sono trasformati in 40 minuti di film, un’autentica rappresentazione del nostro paese, poi trasmessa anche sulle linee aeree Qatar Airways e sul canale Youtube del Doha Film Institute, la cui missione è proprio cambiare la visione su Doha. Che grande esempio!

Fatma Al Remaihi e Meg Ryan con i membri della giuria alla cerimonia di chiusura dell’Ajyal Youth Film Festival a Doha nel 2016 (Photo by Eamonn M. McCormack/Getty Images)