Diffamazione: sempre più caos

La tragicommedia continua in Senato, dove anzi ci si appresta ad approvare una legge che prevede carcere per i giornalisti ma (ora) non per i direttori. La FNSI proclama per lunedì un giorno di ‘sciopero dell’informazione’ e poi lo rinvia.

Il Senato continua a sfornare capolavori. Di quel che sta succedendo nell'aula di Palazzo Madama, che ha quasi del surreale se purtroppo non fossimo in Parlamento, abbiamo dato notizia nei giorni corsi e pensavamo fosse finita lì, per 'manifesta incapacità' del Senato stesso ad affrontare in modo anche parzialmente adeguato la materia.
Ma quando i partiti e i politici si incaponiscono sono capaci di tutto. Un Parlamento in scadenza e con argomenti di grande importanza da affrontare con urgenza non ha trovato di meglio che continuare a occuparsi della legge 'salvaSallusti', in un modo che davvero ha dell'incredibile.

Ieri il Senato detto sì ad una nuova norma 'salva-direttori', inserita nel ddl Diffamazione dal relatore Berselli; essa prevede che per lo stesso reato della diffamazione il giornalista vada in carcere fino a un anno o venga multato, mentre al direttore e al vicedirettore responsabile tocchi solo il pagamento di una multa fino a 50mila euro. L'emendamento è passato con i voti a favore di Pdl e Lega mentre si sono opposti Pd, Idv, Udc e Api di Rutelli (forse pentito, in grave ritardo, di aver 'patrocinato' questo provvedimento allucinante). Il Governo, con il sottosegretario alla Giustizia Antonino Gullo, aveva espresso parere contrario «per ragioni tecniche» ed è stato sconfessato dal voto dell'aula, che continua a fare di testa sua.

La nuova norma - riportano le cronache - ha superato gli ostacoli al termine di una lunghissima votazione nel corso della quale la vicepresidente di turno Rosy Mauro ha ripetutamente richiamato i senatori a sedersi durante le votazioni per limitare il fenomeno dei 'pianisti' che votano per gli assenti.

Il voto conclusivo sull'articolo 1 del ddl Diffamazione, il cuore del provvedimento, è stato rinviato alla prossima seduta d'Aula convocata per lunedì 26 prossimo., quando si dovrebbe di nuovo votare a scrutinio segreto. Ma ci sono serie possibilità che il traguardo al Senato venga tagliato.

Alla Camera - si spera - la musica dovrebbe però essere diversa.

I giornalisti italiani avevano proclamato, per lunedì 26 novembre, una giornata del silenzio dell'informazione (sciopero) per protestare contro il progetto di legge sulla diffamazione, in discussione al Senato, che si va configurando come un disegno di aggressione a un'intera categoria professionale senza riparare eventuali lesioni della dignità e dell'onore delle persone per errori o orrori di stampa. "Si tratta di una protesta inevitabile dopo l'emendamento approvato, in contrasto anche con il Governo che aveva opposto un suo no tecnico per l'incostituzionalità sostanziale di norme che modificano irritualmente il codice penale, le regole sulla stampa e non garantiscono equilibrio tra diritti costituzionalmente protetti: quello all'informazione indipendente e libera dovuta ai cittadini e la tutela della dignità delle persone - 'recita' un comunicato FNSI - . Con il carcere possibile solo per tutti i giornalisti italiani, alimentando differenze e disparità di attenzione, si crea un mostro giuridico che non risolve alcun problema di interesse pubblico. Di contro si realizza, con un atto di ingiustizia palese, una minaccia e una grave intimidazione che mortificano il giornalismo investigativo tutto, limitandone possibilità di ricerca e proposta di verità".

Un successivo ripensamento nella giornata di venerdì - avvenuto in sede FNSI non senza qualche contrasto - ha portato ad un rinvio dello sciopero, in attesa del voto del Senato e dopo alcune rassicurazioni del suo presidente Schifani. Secondo altri, più 'maligni', ha influito anche la pressione del PD per documentare bene i risultati delle primarie.

La speranza, comunque, ora è per un voto del Senato che affossi di fatto il provvedimento. Se invece il tutto andasse in porto, dovrà essere la Camera a mettere una quanto mai opportuna parola 'fine' a una legge raramente così mal congegnata, su un tema di assoluto rilievo costituzionale.

Pubblica i tuoi commenti