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Editoriale del mese: febbraio 2010

Un decreto importante

Mauro Roffi


Mentre scriviamo dovrebbe concludersi con l'emanazione da parte del Consiglio dei Ministri la questione del cosiddetto 'decreto Romani', un provvedimento che originariamente doveva solo recepire la nuova Direttiva Europea su Tv e media (che eravamo tenuti a recepire) e che invece, inopinatamente, ha dato vita a una vicenda complessa e a polemiche molto forti, in Parlamento e fuori, diventando di fatto un importante atto legislativo 'molto italiano'. E si tratta infatti di una classica situazione 'all'italiana', dove una legge che doveva essere 'neutra' si è caricata invece di significati e valenza. Non andando oltre su questo tipo di considerazioni, passiamo a esaminare cosa contiene di rilevante il provvedimento, dopo le 'correzioni' che il Parlamento sembra aver 'strappato' a Romani. In realtà - tuttavia - il decreto è molto complesso e potremo parlare solo di alcune questioni.
Intanto - primo elemento - sembrano essere rientrate le norme che 'ammorbidivano' il discorso delle quote a favore della produzione indipendente europea ed è stata ripristinata anche la sottoquota a favore del cinema italiano. Su questo c'era stata una fortissima mobilitazione delle 'categorie' interessate, con le conseguenze che si sono viste in termini di 'correzioni' al testo.
Ma soprattutto non dovrebbe avere seguito la norma che - facendo un grosso favore ai broadcasters - sembrava voler cancellare il regolamento sui diritti della fiction che era stato predisposto dall'Autorità dopo lunga e complessa 'meditazione' e che finalmente dava qualche 'competenza' in materia ai produttori.
Che sulla questione si potesse ricominciare da capo, per giunta quasi 'delegittimando' l'opera dell'Authority, deve essere stato uno degli elementi alla base dell'irritazione di Calabrò, che si è espresso in termini molto critici sul provvedimento in Parlamento.
Altro capitolo che ha fatto scorrere fiumi d'inchiostro è quello del Web, dove la tradizionale totale libertà (anche troppa, magari) di Internet veniva limitata con l'obbligo per chi trasmette contenuti audiovisivi veri e propri (ma di chi si tratta per la precisione?) di munirsi di un'“autorizzazione” da parte del Ministero (e non, anche qui, dell'Autorità). Dopo le proteste, anche stavolta marcia indietro: la necessità di una “comunicazione” (un atto, peraltro, più che altro burocratico) vale solo per chi faccia una vera e propria Web Tv commerciale on demand e la competenza sarà di nuovo dell'Authority.
Per le norme sull'affollamento pubblicitario, si è tentata una mediazione fra le tesi estreme portate avanti dalle Tv locali (niente spot alle pay-tv) e l'esigenza di Sky di non perdere colpi anche su questo fronte (oltre che su quello del “porno diurno”, che potrebbe essere vietato); così ci sarà un affollamento minore per le pay-tv ma diluito nel tempo.
Non c'è stata marcia indietro, invece, su un tema che non ha tenuto banco ma che è determinante e sul quale evidentemente Romani (con probabile soddisfazione soprattutto di Mediaset) ha tenuto duro: nel computo delle norme antitrust che fissano al 20% la quota massima di canali di proprietà nel “complesso analogico più digitale”, non si terrà conto dei canali in pay-per-view né dei “+ 1”, né - a quanto pare - dei canali pay in genere. A questo punto la norma antitrust in questione - quasi l'unica della Gasparri - sembra rimasta tale solo sulla carta e nella sostanza non ha più valore.
Ma l'attenzione della maggior parte degli addetti ai lavori del mondo televisivo si è concentrata sulla norma sull'LCN, che alla fine dovrebbe essere nel decreto: serve, in sostanza, a dare una competenza precisa in materia sia all'Authority (che fisserà le regole) che al Ministero (che assegnerà la numerazione) ma serve soprattutto a fissare sanzioni forti per chi non rispetterà quanto verrà deciso su un tema che appare ormai 'esplosivo'.
Di tutto ciò riparleremo sul prossimo numero.
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