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I rilievi della Corte dei Conti sulla gestione della Rai
«Mentre la Rai censura il film sui cowboy omosessuali e la Commissione di Vigilanza censura il programma di Fabio Fazio, la Corte dei conti censura la Rai per la mala gestione amministrativa. E trattandosi della più alta magistratura contabile dello Stato che prende in esame e critica gli ultimi bilanci dell`azienda pubblica, dal 2002 al 2007, quest`ultimo è un verdetto che meriterebbe senz`altro maggiore considerazione da parte di tutti: a cominciare dal Parlamento e dai partiti che, invece, si dilaniano ancora sul "caso Villari" senza riuscire a nominare il nuovo vertice di viale Mazzini ormai scaduto da mesi.
Nella sua relazione di 148 pagine approvata il 3 dicembre e resa nota nei giorni scorsi, la Corte dei conti mette sotto accusa la gestione finanziaria della Rai su tre capitoli fondamentali. La prima contestazione addebita testualmente all`azienda «una scarsa propensione alla realizzazione di margini di reddito che siano sufficienti perla costituzione di un valore patrimoniale adeguato alle crescenti esigenze dell`impresa». In parole povere, la Rai viene imputata di spendere per incapacità gestionale più di quanto incassa: per il 54,2% dal canone (1.482,5 milioni di euro); per il 39,4% dalla pubblicità (1.121,2 milioni); per il 6,4% da altre entrate (170,8 milioni), secondo i dati dell`esercizio 2007. E quindi, di provocare così i rituali buchi di bilancio che i contribuenti sono chiamati poi a ripianare.
La seconda e ancor più grave censura riguarda il fatto che l`azienda non provvede a rendere pubblica la contabilità separata per la gestione della parte relativa al servizio pubblico, finanziata dal canone d`abbonamento. Né la Corte dei conti né i contribuenti sono in grado perciò di verificare come vengono utilizzati i soldi dei cittadini e telespettatori.
Ma la contabilità separata è imposta dalla legge già dal 2004, come strumento di trasparenza e di controllo nell`utilizzo del finanziamento pubblico. A questo, s`aggiunge inoltre l`obbligo di pubblicare sul proprio sito Internet gli estremi dei compensi per consulenze esterne che, invece, non sono mai stati resi noti, come ha denunciato in un esposto l`Associazione Diritti utenti e consumatori. Nella pagina in questione, compare infatti la scritta: «Lavori in corso-Contratti di consulenza Rai. A breve sarà disponibile la documentazione relativa».
La legge, anzi, prevede che questi compensi non possano essere sborsati senza la preventiva pubblicazione. E perciò, secondo la medesimaAduc, essendo illegittimi costituiscono un danno erariale.
Poi, c`è infine il capitolo che riguarda l`evasione del canone, la fonte principale delle risorse finanziarie della Rai. Per la Corte dei conti, il fenomeno si aggira intorno al 25% del totale dei presunti obbligati, con in più il 4% di morosità nel pagamento da parte di chi è già abbonato. La stessa azienda valuta quindi in circa 450 milioni di euro all`anno il mancato introito prodotto da queste due voci. Ma l`Aduc sostiene che, calcolando il canone speciale che sarebbe dovuto dalle imprese, il danno erariale provocato dall`evasione si aggira in realtà intorno a un miliardo di euro.
Ultima "perla", la sanzione pecuniaria inflitta alla Rai dall`Autorità sulle Comunicazioni per l`incompatibilità dell`ex direttore generale, Alfredo Meocci, imposto a tutti i costi dal centrodestra nella sua precedente legislatura: 14 milioni e 379 mila euro, a cui va aggiunto l`importo di euro 1.437.930 per ritardato pagamento. Naturalmente, anche questi costi sono a carico del cittadino contribuente, cioè di tutti noi.
Ma perché allora i partiti e il Parlamento, piuttosto che impantanarsi nel gioco dei veti incrociati sulla Commissione di Vigilanza, non si preoccupano di assicurare alla Rai un assetto più funzionale e una gestione più trasparenteO».





























