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I rilievi della Corte dei Conti sulla gestione della Rai

Ecco le numerose critiche della magistratura contabile alla gestione dell'azienda radiotelevisiva pubblica.
Vediamo quanto ha scritto Giovanni Valentini nella sua interessante rubrica 'Il sabato del villaggio' su 'la Repubblica" di sabato 13 dicembre:

«Mentre la Rai censura il film sui cowboy omosessuali e la Commissione di Vigilanza censura il programma di Fabio Fazio, la Corte dei conti censura la Rai per la mala gestione amministrativa. E trattandosi della più alta magistratura contabile dello Stato che prende in esame e critica gli ultimi bilanci dell`azienda pubblica, dal 2002 al 2007, quest`ultimo è un verdetto che meriterebbe senz`altro maggiore considerazione da parte di tutti: a cominciare dal Parlamento e dai partiti che, invece, si dilaniano ancora sul "caso Villari" senza riuscire a nominare il nuovo vertice di viale Mazzini ormai scaduto da mesi.
Nella sua relazione di 148 pagine approvata il 3 dicembre e resa nota nei giorni scorsi, la Corte dei conti mette sotto accusa la gestione finanziaria della Rai su tre capitoli fondamentali. La prima contestazione addebita testualmente all`azienda «una scarsa propensione alla realizzazione di margini di reddito che siano sufficienti perla costituzione di un valore patrimoniale adeguato alle crescenti esigenze dell`impresa». In parole povere, la Rai viene imputata di spendere per incapacità gestionale più di quanto incassa: per il 54,2% dal canone (1.482,5 milioni di euro); per il 39,4% dalla pubblicità (1.121,2 milioni); per il 6,4% da altre entrate (170,8 milioni), secondo i dati dell`esercizio 2007. E quindi, di provocare così i rituali buchi di bilancio che i contribuenti sono chiamati poi a ripianare.
La seconda e ancor più grave censura riguarda il fatto che l`azienda non provvede a rendere pubblica la contabilità separata per la gestione della parte relativa al servizio pubblico, finanziata dal canone d`abbonamento. Né la Corte dei conti né i contribuenti sono in grado perciò di verificare come vengono utilizzati i soldi dei cittadini e telespettatori.
Ma la contabilità separata è imposta dalla legge già dal 2004, come strumento di trasparenza e di controllo nell`utilizzo del finanziamento pubblico. A questo, s`aggiunge inoltre l`obbligo di pubblicare sul proprio sito Internet gli estremi dei compensi per consulenze esterne che, invece, non sono mai stati resi noti, come ha denunciato in un esposto l`Associazione Diritti utenti e consumatori. Nella pagina in questione, compare infatti la scritta: «Lavori in corso-Contratti di consulenza Rai. A breve sarà disponibile la documentazione relativa».
La legge, anzi, prevede che questi compensi non possano essere sborsati senza la preventiva pubblicazione. E perciò, secondo la medesimaAduc, essendo illegittimi costituiscono un danno erariale.
Poi, c`è infine il capitolo che riguarda l`evasione del canone, la fonte principale delle risorse finanziarie della Rai. Per la Corte dei conti, il fenomeno si aggira intorno al 25% del totale dei presunti obbligati, con in più il 4% di morosità nel pagamento da parte di chi è già abbonato. La stessa azienda valuta quindi in circa 450 milioni di euro all`anno il mancato introito prodotto da queste due voci. Ma l`Aduc sostiene che, calcolando il canone speciale che sarebbe dovuto dalle imprese, il danno erariale provocato dall`evasione si aggira in realtà intorno a un miliardo di euro.
Ultima "perla", la sanzione pecuniaria inflitta alla Rai dall`Autorità sulle Comunicazioni per l`incompatibilità dell`ex direttore generale, Alfredo Meocci, imposto a tutti i costi dal centrodestra nella sua precedente legislatura: 14 milioni e 379 mila euro, a cui va aggiunto l`importo di euro 1.437.930 per ritardato pagamento. Naturalmente, anche questi costi sono a carico del cittadino contribuente, cioè di tutti noi.
Ma perché allora i partiti e il Parlamento, piuttosto che impantanarsi nel gioco dei veti incrociati sulla Commissione di Vigilanza, non si preoccupano di assicurare alla Rai un assetto più funzionale e una gestione più trasparenteO».

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