Il cinema salvato dal tax shelter

L’Anica ed il Ministero rendono noti “tutti i numeri del cinema italiano”. Il mercato è in crisi di pubblico e incassi, la Rai quasi non trasmette cinema italiano, ma paradossalmente la produzione di lungometraggi cresce. Un esclusivo dossier critico dell’Osservatorio IsICult Millecanali.

Si è tenuto il 16 aprile a Roma l'incontro - ormai una consuetudine annuale - di presentazione dei dati (centrati sul versante “produzione”) di consuntivo 2012 del cinema italiano, iniziativa organizzata da Anica e Mibac, per la prima volta nella sede centrale del Ministero dei Beni Culturali al Collegio Romano, nell'elegante Sala della Crociera.

L'incontro è stato aperto dalla Segretaria Generale del Ministero dei Beni ed Attività Culturali, Antonia Pasqua Recchia, che ha rimarcato l'importanza della sede ministeriale - ovvero il valore simbolico della “location” - che ha inteso rappresentare l'auspicio di rafforzamento del legame del cinema con la nostra storia e la nostra cultura, nella sinergia possibile tra beni ed attività culturali.

Sul tavolo dei relatori, oltre alla Recchia, Nicola Borrelli (Direttore Generale Cinema Mibac), Riccardo Tozzi (Presidente Anica), Angelo Barbagallo (Presidente dei Produttori dell'Anica) e Richard Borg (Presidente dei Distributori Cinematografici).

I dati del cinema 2012 sono stati presentati da Borrelli, che ha evidenziato l'aumento di pellicole prodotte, ben 166 nel 2012 (inclusi i documentari), numero più alto raggiunto dall'anno 2000, e superiore di 11 unità rispetto all'anno precedente.
In aumento anche le coproduzioni, passate dalle 23 del 2011 alle 37 del 2012 (la Francia resta in testa come principale coproduttore).
Anche l'investimento totale nella produzione cinematografica è aumentato: rispetto ai 423 milioni di euro spesi nel 2011, nel 2012 sono stati spesi 493 milioni di euro, con un notevole incremento del 17%.

Ad aumentare in particolar modo risultano essere i capitali stranieri, passati da 90 milioni del 2011 a 156 milioni nel 2012, con un impressionante + 73%. Questo flusso ha in parte compensato l'ulteriore riduzione dell'intervento della “mano pubblica”, intesa come apporto economico dello Stato centrale (Mibac). Si ricorda in tal senso che il Fus cinema nel 2012 ha pesato per il 7% soltanto dell'investimento complessivo, a fronte di circa il 60% del 2004. Se qualche anno fa si teorizzava contro i “finanziamenti a pioggia”, oggi si potrebbe sostenere che il “rubinetto” delle sovvenzioni pubbliche (l'espressione è del Dg Borrelli) si sta via via chiudendo. Dei 75 milioni di euro della quota cinema del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus), soltanto 26 milioni vanno alla produzione: il resto viene assorbito da Cinecittà, dalla Scuola Nazionale di Cinema, dal Festival di Venezia. Nobili istituzioni, ma forse una “spending review” complessiva andrebbe avviata...

Il costo medio per film si è attestato a circa 2 milioni di euro. All'interno di questa stima, va però considerato che ben 36 pellicole sono state realizzate con una cifra inferiore o pari a 200mila euro e ben 25 film tra 200 e 800mila euro. Dei 129 film realizzati con capitali esclusivamente italiani, ben 61 hanno registrato un costo inferiore agli 800mila: si tratta di opere veramente povere (almeno a livello di budget).
I film ritenuti di interesse culturale che hanno ottenuto un contributo diretto nel 2012 sono stati 35, le opere prime e seconde sono state 51, e 36 sono stati i cortometraggi.

Borrelli ha rimarcato che ben 106 film su 166 hanno richiesto il “tax credit”, corrispondenti al 64% del totale. Da segnalare, in particolare, che l'apporto di investitori esterni al settore cinema (che hanno richiesto il credito di imposta) è passato dai 25 milioni di euro del 2011 ai 51 milioni del 2012. Oltre la metà di questi 51 milioni di euro viene da imprese finanziarie ed assicurative.

Questo ed altri dati consentirebbero di titolare: “Il cinema italiano salvato dal tax shelter”. E ciò ha portato il Dg Cinema, ed anche gli altri relatori della kermesse, a richiedere a gran voce il rinnovo del tax credit - in scadenza a fine anno - per consentire una programmazione più stabile, e non spingere i produttori ad andare altrove, costretti ad una forzosa... delocalizzazione, a fronte di Paesi stranieri che offrono migliori condizioni. Questo governo ancora in carica - è stato rimarcato - potrebbe e dovrebbe farlo… ma dal pubblico si è sollevato un brusio diffuso sul carattere fantasmico del Ministro Ornaghi.

Barbagallo ha suggerito di stabilire un tetto al numero massimo di “opere prime e seconde” che richiedono un sostegno statale. Il gran numero di opere realizzate non ha chance di essere assorbita dal mercato ed il livello di contributo finisce per essere così basso che certamente i registi non avranno chance di arrivare… all'opera terza. Ha ricordato, infine, come queste opere incontrino molte difficoltà ad entrare nel mercato. Tozzi ha sostenuto che il problema non sono i troppi titoli, bensì le scarse risorse.

Il 2012 - ha ripreso Barbagallo - è stato un anno vissuto sull'orlo del crash: “qualsiasi risorsa viene tolta quest'anno ci porterà al baratro sicuro. È vero che è stato introdotto il nuovo regolamento su cinema e tv (quote obbligatorie di investimento), ma questo provvedimento inizierà a dare i suoi frutti a partire, verosimilmente, dal prossimo anno, e nel mentre questo 2013 si profila come molto pericoloso”.

Tozzi è poi intervenuto sul rapporto tra “cinema” e “televisione”, ricordando come il calo degli investimenti di Medusa nel 2012-2013 sia stato nell'ordine del 25% rispetto a quello di pochi anni fa. Questa riduzione determina due conseguenze: un corrispondente “speculare” abbassamento dell'investimento medio da parte di Rai ed una complessiva “fragilizzazione del prodotto medio”, oltre che un indebolimento anche delle chance del cinema d'autore.
Uno dei punti dolenti del sistema è il deficit di promozione e finanche di “educazione” del pubblico: basti pensare a quanto ancora poco si riesca a fare nel sistema scolastico, come alfabetizzazione cinematografica e correlata stimolazione alla fruizione in sala cinematografica. Evidentemente non bastano encomiabili iniziative come quelle intraprese da anni da Agiscuola. In particolare, è stato il produttore Nicola Giuliano a porre l'enfasi su questa problematica.
I dati sembrano incredibili, poi, per quanto riguarda l'uso televisivo del cinema italiano.

Nel 2012, nel prime-time, sull'ammiraglia Rai, sono stati trasmessi 5 lungometraggi italiani (!!!), 2 soltanto su Rai2; in controtendenza Rai3, che ha offerto ben 36 pellicole.
Sulle reti Mediaset - spesso vituperate per la loro insensibilità culturale - i film italiani in prime-time sono stati 35 su Canale 5, 4 su Italia 1, 36 su Rete 4.
I film non trasmessi sulle reti generaliste, ha incalzato Tozzi, perdono ovviamente valore come prezzo di acquisto di diritti di antenna.
La tv, del resto, resta il medium di comunicazione prevalente in Italia: il non assegnare il giusto peso al cinema “made in Italy” si traduce in un danno tout-court al cinema nostrano, alla sua immagine, alla sua promozione, al suo marketing.

Richard Borg ha ricordato il calo delle presenze nelle sale cinemagrafiche nel 2012, nell'ordine di circa il 10% rispetto al 2011, ma ha segnalato come, nonostante le difficoltà, la quota di mercato del cinema italiano sia ancora intorno al 30%. Ad esser precisi, la quota di mercato è calata dal 36% del 2011 al 25% del 2012, con una riduzione di ben 11 punti percentuali. I primi mesi del 2013 mostrano un andamento altalenante.

La situazione del box office, nonostante la ripresa del marzo 2013, resta preoccupante. I film italiani, che nel primo trimestre 2012 avevano registrato 11,6 milioni di biglietti staccati, quest'anno si attestano a 8,4 milioni, registrando un calo di quasi il 30%. Se è vero che la pirateria gioca un ruolo importante, è altrettanto vero che molto dipende da cosa si produce e dai nuovi modelli di fruizione.
Una migliore “spalmatura” del prodotto nell'arco di tutto l'anno favorirebbe certamente un miglior sfruttamento commerciale del prodotto italiano.

La novità tecnologica del digitale introduce importanti novità e quindi pone nuove argomentazioni su cui riflettere, soprattutto per quanto riguarda lo sfruttamento del prodotto (in sala e successivi), ma non è certamente il toccasana. Secondo dati emersi durante la conferenza stampa, dei 3.250 schermi cinematografici del “campione Cinetel”, 2.001 schermi sono digitalizzati, e dei 1.249 schermi non ancora digitalizzati circa 500 lo saranno nell'arco di pochi mesi. Il Dg Borrelli ha annunciato la richiesta di finanziamenti, per completare il processo di digitalizzazione, da sottoporre all'Agenzia per l'Italia Digitale (istituita con il “decreto sviluppo” del giugno 2012, ma ancora non attiva), inserendo questo intervento tra quelli previsti dall'Agenda Digitale nazionale. Da ricordare che dal 2014 le major americane non distribuiranno in Italia loro film se non in digitale.

Altro argomento più volte ripreso è stata la pirateria: alcuni dei relatori hanno rilanciato la stima di 2,5 miliardi di euro l'anno, come quantificazione del danno che la pirateria arrecherebbe all'industria audiovisiva italiana. “La pirateria si può combattere solo parlando di leggi, ma bisogna innanzitutto lanciare un'offerta legale e poi ragionare meglio sul sistema delle window”, è stata la conclusione di Borg.

Infine, in chiusura, si è levato un appello per le sale di città, le cosiddette “mono-schermo”, che rischiano sempre più la chiusura: il rappresentante dell'associazione 100autori, l'apprezzato regista Maurizio Sciarra, ha invocato l'esigenza di un sistema di incentivi - sul modello del progetto Mibac Agis “Schermi di qualità” - che possa sostenere sia le piccole sale indipendenti sia la migliore distribuzione del cinema nazionale ed europeo indipendente. “Con la digitalizzazione, si rischia di disperdere il patrimonio delle sale di provincia e le monosale di città, che peraltro rappresentano ancora circa il 15 % dell'incasso”, ha sostenuto Aurelio De Laurentiis, seduto in prima fila, che - come è suo abituale stile - non ha poi risparmiato critiche feroci nei confronti del Mibac, “divenuto parcheggio di raccomandati, allorchè, in un Paese come il nostro, dovrebbe rappresentare il trampolino per il rilancio del cinema e la promozione dei talenti”. De Laurentiis ha anche prospettato una “class action” del cinema italiano contro lo Stato italiano, per la sua inadempienza ad intervenire efficacemente per la lotta contro la pirateria (la richiesta di risarcimento dovrebbe essere nell'ordine di 12,5 miliardi di euro!).

Tra le idee eterodosse emerse, la possibile acquisizione - da parte dell'Anica o di un consorzio di associazioni del cinema italiano - di una frequenza televisiva digitale in occasione della prossima (?!) asta, come proposto da Sciarra dei 100autori.

Non è stata assegnata grande enfasi, durante la conferenza, al succitato decreto “quote obbligatorie”. Per la precisione, si tratta del decreto interministeriale del 22 febbraio 2013, che determina le quote di investimento finanziario e di programmazione nei palinsesti che le tv italiane sono tenute a riservare ad “opere cinematografiche di espressione orginale italiana”. Secondo Roberto Faenza (eccellente regista ma al tempo stesso acuto analista della politica culturale), che ne ha scritto su “Il Fatto” del 15 aprile (con uno “scoop” che anticipava i dati Anica-Mibac), dal luglio 2013 l'entrata in vigore di questo provvedimento determinererebbe un flusso di circa 200 milioni di euro, una novella linfa vitale per la cinematografia italiana.

Una volta ancora, la televisione viene chiamata ad intervenire laddove lo Stato appare ormai assente. Non sarebbe stato meglio per tutti mantenere la quota cinema del Fus ad un livello realmente degno della sensibilità che lo Stato italiano dichiara di avere - a parole - nei confronti della cinematografia?! I risultati perversi delle campagne di moralizzazione de “il Giornale” contro la “sprecopoli dello spettacolo” hanno finito per determinare una progressiva riduzione dell'intervento pubblico a favore del cinema. A distanza di anni, possiamo domandarci: non sarà stato buttato anche il bambino, insieme all'acqua sporca?!

Fin qui, la cronaca dell'evento.
Va dato atto al Mibac che, da alcuni anni, la quantità di informazioni statistiche sul sistema cinematografico italiano è aumentata, consentendo una migliore conoscenza di alcuni meccanismi di funzionamento del mercato. Di ciò si ha riprova nella corposa, per quanto ancora semi-clandestina “Relazione annuale” al Parlamento sulla gestione del Fondo Unico per lo Spettacolo, così come in alcuni rapporti elaborati dalla Direzione Generale per il Cinema, e messi a disposizione - con apprezzabile trasparenza - sul web.

Dal canto suo, l'Anica (la principale associazione dei produttori cinematografici italiani), da molti anni cura, sostanzialmente su incarico del Ministero, le statistiche relative allo specifico segmento della produzione. Queste statistiche hanno registrato un salto di qualità allorquando Francesca Medolago Albani (già presidente dell'IsICult) ha assunto l'incarico di Responsabile dell'Ufficio Studi dell'Anica, nel 2006. In altri Paesi, questo “appalto” del Ministero ad una associazione di settore, provocherebbe qualche dubbio, ma in Italia non siamo così raffinati, se è vero che addirittura un evento come il Roma Fiction Fest è stato appaltato, dalla Regione Lazio (ovvero dalla Giunta Polverini), all'associazione dei produttori televisivi (Apt).

D'altronde, il “conflitto d'interessi”, in Italia, è ormai un concetto squisitamente teorico, anzi metafisico, in più sedi.
Da un anno, il Mibac e l'Anica hanno promosso una “unità di studio” congiunta, finalizzata all'implementazione di questo set statistico. Il dossier è stato intitolato “Tutti i numeri del cinema italiano”, e contiene certamente un insieme di dati interessanti, a partire dall'osservazione di un incremento dei complessivi livelli di investimento, come abbiamo già notato: la notevole riduzione dell'intervento della mano pubblica, registrata negli ultimi anni, sembra essere stata ampiamente compensata dall'incremento degli investimenti privati, soprattutto attraverso lo strumento del tax shelter, con particolare attenzione all'intervento di imprese extra settoriali.

Va osservato che però molti aspetti della “filiera cinematografica” italiana restano avvolti nelle nebbie.
Questa non trasparenza riguarda anche una parte dei dati divulgati da Anica e Mibac: per esempio, perché, da decenni, non viene reso noto l'elenco dei titoli e delle informazioni essenziali di tutti i film prodotti?!?
Che si tratti di 100 o 200 film (nel 2012, sembrano essere stati 166), la domanda che sorge spontanea è: “ma quali sono effettivamente, e dove sono andati a finire tutti questi titoli, presunti lungometraggi cinematografici destinati alla prioritaria distribuzione nelle sale?”
È evidente che solo una parte, una minima parte (forse più di un terzo, ma non crediamo che si arrivi alla metà) di questi titoli esce effettivamente nelle sale cinematografiche italiane. Tutti gli altri che fine fanno e, soprattutto, che film sono?!

Anni fa, una leggenda metropolitana riportava che l'Anica e lo stesso Ministero, per una sorta di pudore autocensorio, preferivano non rendere di pubblico dominio questo elenco di lungometraggi, perché, leggendo i titoli dei film, si sarebbe scoperto che buona parte di essi erano simpaticamente pornografici. Questa spiegazione, semmai fosse stata valida allora, non è certo valida oggi: ormai da molti anni è noto come l'industria del porno non utilizzi più - potenza del digitale pervasivo - la pellicola cinematografica (se non per opere di gran qualità “estetica”, rara avis), e peraltro è evidente che - potenza dell'internet pervasivo - non abbia alcun vantaggio a passare attraverso le maglie burocratiche del Ministero, perché la fruizione in sala (e quindi l'obbligo di “visto censura” per i maggiori di 18 anni) è un ricordo del lontano passato.

Un altro “buco nero” dei dati Anica-Mibac è rappresentato dalla non quantificazione dell'investimento delle emittenti televisive nella produzione. Si ha ragione di stimare che, senza gli investimenti di Rai, Mediaset, Sky Italia, ovvero senza le loro partecipazioni alla produzione, tutto il sistema nazionale andrebbe a morire nell'arco di pochi mesi.
È anche ignoto anche il dato di investimento puro da parte dei produttori italiani, imprenditori che spesso si limitano - un po' come i produttori della fiction televisiva - a fungere da produttori “esecutivi”, ovvero promotori di opere ed organizzatori di capitali e risorse altrui. I dati Anica e Mibac mettono dentro uno stesso calderone una pluralità di voci e fonti: prevendite diritti tv, fondi comunitari, fondi regionali, apporti del capitale di rischio delle imprese cinematografiche...
Su 336 milioni di euro di costi dei film di nazionalità italiani prodotti nel 2012, ben 225 milioni provengono da questo indefinito “altro”! Non si dispone di informazioni minimamente accurate sul 67% delle fonti dei budget. Pudore? Autocensura?! Interesse di parte a non rivelare alcune “vere verità” dell'economia cinematografica nazionale?!?

Nel 2006, l'IsICult, su invito della Direzione Generale Cinema del Mibac, elaborò un ambizioso progetto di ricerca per la costruzione di un inedito sistema di monitoraggio dell'intero sistema cinematografico italiano, dall'ideazione alla fruizione finale delle opere cinematografiche su tutte le piattaforme. Il progetto si intitolava: “Lo Stato e il cinema in Italia. Modello di valutazione e simulazione. Progetto per una ricerca valutativa sull'intervento pubblico nella cinematografia, per la costruzione di un sistema di simulazione predittiva”.
La impegnativa iniziativa aveva come presupposto una assoluta indipendenza scientifica, nonostante avesse beneficiato anche del sostegno dell'allora presidente dell'Anica Paolo Ferrari. Sostenuto dall'allora Direttore Generale Cinema del Mibac Gaetano Blandini, il progetto IsICult, che ancora oggi mantiene tutta la sia attualità, fu sostanzialmente approvato, ma il finanziamento necessario (nell'ordine di 300mila euro l'anno) si arenò nelle maglie di una improvvisa crisi di governo, che rimescolò tutte le carte dei finanziamenti pubblici, anche rispetto ai cosiddetti “progetti speciali” del Mibac.

Da allora, nonostante gli sforzi di Mibac ed Anica (e della novella “unità di studi congiunta”), la qualità del “sistema informativo” del cinema e dell'audiovisivo italiano non è granché migliorata, in termini di analisi di efficienza, efficacia, valutazioni di efficacia dell'intervento pubblico, intervento che dovrebbe essere finalizzato sia al rafforzamento strutturale del sistema (“l'industria”) sia all'estensione del pluralismo espressivo (“la cultura”). Per mettere in atto una sana “spending review”, e per comprendere le ragioni vere della crisi (che va ben oltre lo specifico comparto “theatrical”) e per studiare i possibili rimedi (al di là del banale auspicio di rinnovo del tax shelter), sarebbe necessario disporre di ben altri set di dati e di analisi. Nella politica cinematografica italiana, così come in generale nella politica culturale, si brancola ancora nel buio. In assenza di dati essenziali e con deficit di interpretazione dei fenomeni in atto. Sia consentito: altro che... “tutti i numeri del cinema italiano”!

Post-scriptum

I lettori appassionati a queste tematiche possono trovare approfondimenti, tecnici e politici, rispettivamente sul blog “Media 2.0”, del collega Marco Mele de “Il Sole 24 Ore” (http://marcomele.blog.ilsole24ore.com), e del presidente dell'associazione di organizzatori culturali Indicinema, Stefano Pierpaoli (www.consequenze.org).
Alcuni stimolanti estratti:

- Marco Mele (16.4.2013): «Il cinema italiano rischia il default economico-finanziario nel 2013, senza interventi urgenti. Fatto che non sembra “fare notizia” nella classe dirigente politico-televisiva (...) Commento finale: l'allarme lanciato dai produttori è reale e le richieste legittime, ma stupisce che il cinema, come in qualche modo la politica, non lanci un Movimento di rinnovamento non tanto dei suoi uomini ma delle sue forme associative. Ha ancora senso un'associazione per il cinema e una per la fiction, separate, in un momento di contrazione così grave degli investimenti di Rai e Mediaset? Hanno senso due associazioni per l'esercizio cinematografico? I nuovi autori sul web ci sono già ma fanno le series più che i film di otto minuti invocati da Aurelio De Laurentiis (che resta uno dei pochi uomini di cinema con la passione per il proprio mestiere nel sangue).

Uno Tsunami di autoriforma servirebbe al cinema. Per non farsi trovare imbalsamati dalle nuove offerte digitali legali, che prima o poi si affermeranno anche nel nostro Paese, se la magistratura farà il suo come ieri, chiudendo i siti di file sharing illegale. Speriamo di non dover vedere anche lì solo film prevalentemente esteri (com'è accaduto per il mercato del dvd, per anni, anche quando il prodotto italiano trionfava in sala)»;

- Stefano Pierpaoli (18.4.2013): «La retorAnica del cinema dipendente. “Le epoche più doviziose di retorica e la peggiore, furono in realtà le più ignoranti” (Emilio Cecchi). Dieci anni fa Riccardo Tozzi celebrava un anno di straordinario successo del cinema italiano grazie a una serie di pellicole di qualità che avevano raggiunto incassi senza precedenti. Proprio per questo l'associazione che egli presiedeva (e presiede), l'Anica, ripeteva in ogni festival la promozione di convegni dal titolo “Banche e cinema” e il connubio che ne derivava procurava enormi vantaggi a tutti i produttori e soprattutto ai minori.

Questo è il film, brutto e truffaldino, ora passiamo alla realtà. Che il cinema godesse di ottima salute il nostro lo aveva gridato ai quattro venti meno di 24 mesi fa e tutta la liturgia poggiava sull'incasso di un solo film, “Che bella giornata” di Checco Zalone, che portò al cinema 6,8 milioni di spettatori con un incasso di 43,4 milioni di euro. Banche e cinema faceva parte dei soliti arrampicamenti su specchi opacizzati e coperti di muffa. Nel giro di un paio di mesi, le banche crollarono e dopo poco cominciarono a chiudere in serie le sale cinematografiche. Aldilà dell'aspetto malaugurante, emerge la totale inconsapevolezza degli scenari e del contesto e quella squallida propaganda di serie B portata avanti per ingraziarsi i futuri ministri e i burocrati del cinema non ha fatto altro che aggravare la situazione (...).

Purtroppo però, se non esiste uno straccio di programmazione culturale, se non c'è una capacità di interpretazione del tempo che si vive e se il livello intellettuale di chi pretende di gestire un patrimonio fatto di storia, tradizione e soldi pubblici equivale a un coefficiente vicino allo zero, anche gli slogan pubblicitari più efficaci si perdono nel nulla. Di fatto, quei 166 film, li hanno visti in pochissimi. (...) Viviamo un problema di spazi espressivi, di capacità produttive e di rapporto col pubblico. Sosteniamo solo le opere a basso budget e non i film milionari che possono camminare con le loro gambe e se questi ultimi non sono capaci è bene che imparino in fretta. Favoriamo le piccole produzioni realmente indipendenti e garantiamo loro la possibilità di uscire nelle sale. Investiamo sulla formazione professionale e su quella artistica e poi valorizziamo i talenti non sulla base dei premi vinti ma sul merito del loro lavoro. (...) La retorica e il lamento devono lasciare il posto a scelte innovative che poggino su progetti solidi, inclusivi e sostenibili. Il tempo dei baroni è finito. Ora serve sviluppo e cultura portate avanti con onestà, indipendenza e soprattutto con più libertà per tutti. Produttori, professionisti, autori, artisti e pubblico».

(*) rispettivamente Presidente e Responsabile di Ricerca Istituto italiano per l'Industria Culturale (www.isicult.it)

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