La battaglia delle frequenze tv

La Commissione Europea chiede chiarimenti sui rischi di monopolio nel fondamentale campo delle frequenze televisive. Landolfi risponde, mentre Sky chiede meno vincoli. Dopo alcuni articoli di ‘Corriere’ e ‘Repubblica’, intanto, Mediaset contrattacca.

Per capire la problematica riportiamo intanto l'articolo apparso su www.repubblica.it a cura di Alberto D'Argenio:

«La Commissione Europea mette nel mirino la legge Gasparri sul settore televisivo con una lettera inviata al ministero delle Comunicazioni prima di Natale. Si tratta di un vero e proprio interrogatorio sul sistema di distribuzione delle frequenze per il digitale terrestre introdotto dalla legge fortemente voluta dal governo Berlusconi. E il fronte dei media italiani presso gli uffici Ue è destinato ad allargarsi, visto che Sky ha chiesto al capo dell'Antitrust comunitario, Neelie KrOEs, di modificare le restrizioni imposte alla piattaforma satellitare ai tempi della fusione tra Stream e Telepiù.

La richiesta di informazioni sulla Gasparri è contenuta in una lettera di otto cartelle firmata da Philip Lowe, direttore generale della KrOEs, e di fatto punta il dito contro tre aspetti della ripartizione delle frequenze. Innanzitutto, Bruxelles chiede di spiegare perché il governo abbia deciso di concedere le frequenze per il digitale terrestre solo agli operatori già presenti sul tradizionale mercato della tv analogica (in cui Mediaset fa la parte del leone). Gli esperti domandano poi di spiegare la ragione per cui l'Autorità garante delle telecomunicazioni non abbia dato attuazione al piano di assegnazione delle frequenze analogiche, la cui mancata esecuzione "ha reso estremamente difficile per i nuovi entranti il reperimento delle risorse" per il digitale terrestre.

Ma non finisce qui. L'Ue chiede se esista un limite alla raccolta "di licenze d'operatore per il digitale e di frequenze destinate alla radiodiffusione televisiva" che gli operatori già presenti sul mercato - capitanati dall'azienda della famiglia Berlusconi - stanno rastrellando con il rischio di una trasposizione della propria posizione dominante sul mercato del digitale.

Guardando al momento in cui la tv tradizionale sarà sostituita dal digitale, Bruxelles si preoccupa di sapere se le frequenze liberate saranno restituite allo Stato per una riassegnazione o se, al contrario, saranno mantenute dagli attuali concessionari. Al termine di tutti i quesiti la Commissione chiede di motivare l'eventuale risposta negativa con delle ragioni "di interesse generale" che la abbiano ispirata. Come dire, se non ci sono buoni motivi per il mancato rispetto delle norme europee noi andremo fino in fondo.

L'azione di Bruxelles, al momento ancora informale, prende spunto dalle norme comunitarie che chiedono alle capitali europee di procedere all'assegnazione delle frequenze in modo trasparente e non discriminatorio, di non prendere misure anticoncorrenziali e di non accettare posizioni dominanti sui propri mercati. Princìpi, questo è il timore di Bruxelles, che potrebbero essere stati violati dalla Gasparri in favore dei soliti noti della televisione italiana, Mediaset in testa.

Al momento è difficile dire se l'indagine sarà trasformata in una vera e propria procedura, anche se alcuni osservatori sono pronti a scommettere che Bruxelles andrà fino in fondo. Anche sulla richiesta di Sky di modificare gli impegni imposti nel 2003 dall'allora commissario Ue alla Concorrenza, Mario Monti, è difficile dire quale sarà la reazione della Commissione. Tra le altre cose, il leader del satellite italiano chiede a Bruxelles di cancellare il divieto per cui non può partecipare alle gare di assegnazione dei 'contenuti premium' (essenzialmente quelli sulle partite di calcio) che vedano in lizza altre piattaforme e di rivedere l'obbligo di rivendere agli operatori concorrenti i propri contenuti premium ad un prezzo definito dall'Autorità.

Secondo gli uomini di Murdoch, infatti, con l'avvento del digitale terrestre sono profondamente mutate le condizioni del mercato italiano che avevano dettato a Monti la necessità di imporre dei paletti all'allora monopolista della pay per view».

Belle domande, in effetti, quelle di Bruxelles, che toccano i 'nodi' del 'sistema televisivo all'italiana'. E allora passiamo alla risposta del Ministro delle Comunicazioni Landolfi, sempre dal sito di 'Repubblica':

«La distribuzione delle frequenze per il digitale terrestre in Italia è avvenuta nel rispetto della legge 66 del 2001, il cui impianto è stato sostanzialmente rispettato dalla Gasparri, che ha solo meglio precisato le tappe per arrivare alla completa digitalizzazione delle reti analogiche.

È uno dei punti essenziali della lettera di risposta del Ministero delle Comunicazioni alle richieste di chiarimento da parte della Commissione europea sull'assegnazione delle frequenze per il Dtt e sui rischi di monopolio, nata da un esposto presentato dall'associazione Altroconsumo e dall'emittente Europa 7.

Nella lettera, il Ministero spiega anche che il 'mix' di analogico e digitale è una «scelta obbligata», dal momento che nel nostro Paese la diffusione della tv digitale o via cavo non ha ancora raggiunto livelli tali da permettere di 'spegnerè il sistema analogico (liberando dunque frequenze) senza danni agli utenti. Ma comunque anche in questa fase l'ingresso di nuovi operatori dotati di concessione analogica è possibile attraverso due sistemi: l'acquisto di impianti e frequenze; la fornitura di contenuti ad altre emittenti che trasmettono in digitale. In ogni caso, per il Ministero non ci sono casi di acquisto di frequenze da parte di tv nazionali «in eccedenza rispetto alle effettive necessità» e se, dopo il passaggio definitivo al digitale, si libereranno frequenze, sarà lo Stato a disporne «nei modi che riterrà più opportuni, che al momento non si possono prevedere - nel pieno rispetto dei principi di pubblicità, trasparenza, obiettività, equità, non discriminazione e proporzionalità» previsti dalla legge».

Una risposta che dice molto poco, come si vede: nulla si sa sul futuro e sulle frequenze che saranno dismesse dall'analogico («se si libereranno»OOO), mentre nel presente «non ci sono casi di acquisto di frequenze da parte di tv nazionali in eccedenza rispetto alle effettive necessità». Dunque il fatto che, dopo il recente 'shopping di frequenze' ci siano ormai solo reti nazionali digitali di Mediaset (soprattutto), Rai e La7, fatto salvo il caso di D-Free (che però diffonde in digitale anche e soprattutto due reti Mediaset) e i casi decisamente meno 'felici' di All Music e Retecapri, rientra nelle 'necessità'.

La pensa così anche Mediaset, che si è molto irritata per alcuni articoli di 'Repubblica' e 'Corriere della sera' proprio sul tema dell'accaparramento (in corso) delle frequenze per il digitale. Il presidente Confalonieri ha visto in questo un'aggressione interessata dei gruppi Espresso e Rcs (con il supporto persino del 'Sole 24 Ore') a Mediaset per chiari fini "concorrenziali"; il tentativo sarebbe quello insidiare gli acquisti di frequenze (del tutto regolari e ben pagati) effettuati da Mediaset per cercaare di «fare botttino delle sue frequenze digitali».

Per ora però chi ha fatto un gran bel bottino (in assenza di qualsivoglia intervento antitrust, salvo smentite future) è solo Mediaset, mentre L'Espresso arranca con una rete digitale di All Music in buona misura ancora da costruire e Rcs e Confindustria (Sole 24 Ore) addirittura non sono (ancoraO) della partita.

Pubblica i tuoi commenti