La parola finale sul ‘decreto quote Tv’ della legge sul cinema

Siamo dunque arrivati alla versione finale di tre decreti attuativi della legge sul cinema, emanati nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri dopo l’approvazione precedente, all’inizio di ottobre, e il previsto passaggio in Parlamento. Come noto, molto forti erano state nelle scorse settimane le polemiche delle Televisioni per l’innalzamento (rispetto alla situazione attuale) delle quote di programmazione e soprattutto di investimento obbligatorio in opere di produzione europea e italiana, previste per la Rai e, in forma solo un po’ più ‘leggera’, anche per i privati.

Sull’altro fronte, a fronteggiare le proteste dei broadcasters, c’era il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che è riuscito a portare fino in fondo i suoi decreti, nonostante qualche mediazione che non ha modificato la sostanza dei suoi provvedimenti. La polemica non è mancata anche in questa (ultima) occasione ma diciamo che era un po’ scontata, ormai non in grado di fermare i decreti stessi. I cui intenti, data l’ispirazione, anche se un po’ ‘datata’,  al modello ‘virtuoso’ francese, sono interessanti e hanno lo scopo di cercare di ricreare un sistema audiovisivo italiano (con il cinema in primo piano ma anche la produzione di serie Tv) di qualità, per dimensioni e contenuti. Naturalmente molto dipenderà però da ciò che succederà nel concreto, in sede di applicazione dei decreti, perché il successo non è certo scontato e un primo rischio è stato già evidenziato dall’Apt, come vedremo.

 

Il decreto sulle famose ‘quote obbligatorie’ in opere europee relativo alle emittenti televisive italiane prevede dunque una certa gradualità, scandita su vari anni, per l'entrata a regime delle nuove regole. In particolare, per consentire alle Tv di adeguarsi nel tempo, è stata prevista, di fatto, una moratoria per il 2018, mentre l'entrata a regime è stata fissata in sede definitiva al 2021. Saranno interessate dalla normativa anche piattaforme come Amazon e Netflix.

Viene definita intanto una quota minima di programmazione per le opere europee pari al 53% per tutti gli operatori per il 2019, che cresce fino al 56% per il 2020 e infine al 60% dal 2021; a decorrere dal 2019, è introdotta poi una sottoquota riservata alle opere italiane, pari per la Rai ad almeno la metà della quota prevista per le opere europee e per le altre emittenti ad almeno un terzo.

Le percentuali vanno rispettate su base annuale; per il prime time (dalle 18 alle 23) l’obbligo è invece su base settimanale. Sempre nel prime time (identificato però nella fascia oraria 18-23) una quota del tempo settimanale di diffusione deve essere riservata a film, fiction, documentari, cartoni animati o opere ad alto contenuto culturale o scientifico di produzione italiana: 12% per la Rai, 6% per le Tv private. Per la Rai l'obbligo è altresì di due opere italiane a settimana, di cui una cinematografica, per i privati di una a settimana.

C’è poi il tema degli investimenti, il più temuto dalle emittenti. La quota per gli operatori privati è pari ad almeno il 10% degli introiti netti annui, elevata al 12,5% dal 2019 e al 15% dal 2020 (alle opere italiane deve essere destinato dal 2018 il 3,2%, per crescere nel tempo e arrivare a regime, dal 2021, al 4,5%).

La quota prevista per la Rai è pari ad almeno il 15% dei ricavi complessivi annui, elevata al 18,5% dal 2019 e al 20% dal 2020 (il 5% a regime, nel 2021, per le opere italiane, partendo dal 3,6% nel 2018).

Inoltre, per il 2018 le quote, per tutti i soggetti, sono riferite interamente a opere di produttori indipendenti, come oggi, mentre dal 2019 in poi alle opere indipendenti sono riservati i cinque sesti delle quote previste.

Sarà l'Agcom a verificare il rispetto degli obblighi e a comminare le sanzioni, che il decreto aumenta sensibilmente, fino a un massimo di 5 milioni di euro o l’1% del fatturato.

 

Gli altri decreti-cinema approvati riguardano le condizioni di lavoro nel settore e il delicato tema della censura.

Viene in specifico consentito un maggior impiego di contratti a tempo indeterminato nel settore; vengono riconosciute le specificità del settore cinema e audiovisivo ai fini dell’apprendistato; viene prevista l’emanazione, entro 180 giorni, di un regolamento che stabilisca i criteri per una classificazione uniforme delle professioni artistiche e tecniche del settore cinematografico e audiovisivo.

In tema di censura, si provvede finalmente all’abolizione del sistema fondato sulle commissioni e sui tradizionali divieti ai minori di 14 e 18 anni. Viene invece definito un sistema di autoclassificazione articolato in quattro categorie: opere per tutti; opere non adatte ai minori di 6 anni; opere vietate ai minori di 14 anni; opere vietate ai minori di 18 anni. La novità dei film non adatti ai minori di 6 anni è per certi versi sorprendente e sarà tutta da verificare. Nasce anche un nuovo sistema di icone e di avviso per i ‘contenuti sensibili’ (ovvero soprattutto violenza e sesso).

Si punta dunque su una responsabilizzazione degli operatori cinematografici, che sono chiamati a individuare direttamente la classificazione dell’opera in base alla fascia d’età del pubblico, anche se poi ci sarà ancora, ‘a giudicare’ definitivamente, una Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche. Cambiano anche le sanzioni, con l’introduzione di multe ‘di tipo reputazionale’ e la relativa pubblicazione on line.

 

Va segnalata infine una preoccupata nota dell’Apt (produttori televisivi di fiction, e non solo), che lancia l’allarme ‘split payment’, una norma che rischierebbe di vanificare almeno parte dell’effetto benefico del tax credit previsto dalle nuove nornative. Il presidente di Apt Giancarlo Leone ha dichiarato: “Il ministro Franceschini è riuscito con la nuova normativa sulle quote obbligatorie dei broadcaster a riportare al centro dell’attenzione e dell’impulso del sistema l’intero comparto dell’audiovisivo e di questo occorre dargli il merito”. Ma “l’intera lungimirante strategia  del governo sull’audiovisivo, dal tax credit fino alla riforma del Tusmar, potrebbe essere parzialmente vanificata qualora non si ponga rimedio al meccanismo dello split payment, che sostanzialmente impedisce ai produttori di poter accedere ai benefici di legge previsti. Poiché il meccanismo si applica a Rai ed alle società quotate in Borsa, l’utilizzo del tax credit sarà in gran parte vanificato. Per questo motivo, Apt ha chiesto formalmente un intervento urgente alla presidenza del Consiglio dei ministri, al Mibact e al Mef”.

Ma che cos’è lo split payment? Si tratta del nuovo meccanismo di liquidazione dell’IVA introdotto dalla Legge di Stabilità 2015 e poi fortemente riformato nel 2017. Lo split payment viene applicato nei rapporti tra imprese private e Pubblica Amministrazione, secondo il meccanismo dei “pagamenti divisi” o “scissione dei pagamenti”.

Come funziona? Occorre, innanzitutto, scindere l’operazione in due parti: nella prima, il soggetto privato (impresa) incassa l’ammontare dovuto dell’operazione al netto dell’IVA dall’ente della Pubblica Amministrazione. Successivamente, l’ente di P.A. si occuperà di versare l’IVA a debito sull’operazione stessa.

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