La vicenda Sallusti: carcere no, correttezza sì

Si sono sprecate per Alessandro Sallusti le manifestazioni di solidarietà per la pena del carcere comminatagli per un vecchio articolo apparso su ‘Libero’. Protestiamo anche noi ma con qualche distinguo. E vedendo le cose nella loro ‘completezza’…

La Corte di Cassazione, confermando la precedente sentenza della Corte d'Appello di Milano, ha condannato il direttore del 'Giornale' Alessandro Sallusti a 14 mesi di reclusione, senza condizionale per il pericolo di reiterazione del reato. Non si procederà comunque all'immediata esecutività - cioè Sallusti non andrà in carcere, almeno per ora - dal momento che non ci sono recidive o cumuli di pena.

Sallusti è stato condannato per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo per un articolo pubblicato a febbraio 2007 su 'Libero', allora da lui diretto. Nel pezzo, firmato con il nome immaginario Dreyfus, si commentava la vicenda dell'aborto di una ragazzina di 13 anni, che non volendo rivolgersi al padre per chiedere la necessaria autorizzazione, d'accordo con la madre, aveva chiesto al giudice tutelare il permesso di interrompere la gravidanza. “Dreyfus” attaccava il magistrato e i genitori, parlando di «aborto coattivo», aggiungendo notizie poi risultate non vere, come quella che la ragazza era contraria all'aborto, quando invece aveva regolarmente firmato la richiesta assieme alla madre.

Nello specifico l'autore dell'articolo scriveva: “Se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile, in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”, Cocilovo, appunto.

Sallusti, responsabile dell'articolo e dei titoli a corredo in quanto direttore del giornale (omesso controllo, poiché l'autore era ignoto e si firmava, appunto, Dreyfus), ha sempre negato la paternità del testo, senza però rivelarne l'autore. In primo grado aveva ricevuto una condanna a cinquemila euro di risarcimento; in Appello la pena è stata modificata in un anno e due mesi di detenzione, senza condizionale.

La notizia ha sollevato infinite polemiche nel mondo giornalistico che, da tutte le parti, ha espresso solidarietà a Sallusti. Il principio al quale si appoggiano i direttori della stampa italiana è che si tratta di una condanna che prevede la pena della detenzione per un reato di opinione, mentre negli altri Paesi europei sono previste sanzioni pecuniarie o comunque non detentive. Ma si tratta di una condanna per diffamazione che va a colpire non un'opinione ma una notizia rivelatasi falsa, dal momento che la ragazza non era stata sottoposta ad “aborto coattivo”.
E - ha spiegato Cocilovo - al contrario di altri giornali e giornalisti, mai Sallusti aveva voluto rettificare le notizie erroneamente fornite.

Rimane comunque il fatto che la detenzione sia una condanna troppo pesante. Ora Sallusti ha 30 giorni di tempo per chiedere al Tribunale di Sorveglianza (in composizione collegiale) una misura alternativa: l'affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare o la semilibertà. Ma l'ex direttore di 'Libero', ha convocato ieri in riunione straordinaria i caporedattori del 'Giornale', quotidiano che dirigeva attualmente, e si è dimesso annunciando poi che intende andare in carcere senza richiedere misure detentive alternative. Le dimissioni però, non sono state accettate dalla proprietà (Paolo Berlusconi) e potrebbero anche non diventare effettive.

Nel frattempo si è appreso che autore del famoso articolo su 'Libero', all'origine della condanna di sSllusti era nientemeno che Renato Farina, parlamentare Pdl, a suo tempo radiato dall'Ordine dei Giornalisti (radiazione poi annullata perché Farina non risultava più iscritto all'Ordine) per i contati con i servizi segreti. E se è vero che la Costituzione consente a chiunque di esprimere la propria opinione, far scrivere Farina (per giunta sotto pseudonimo) su un quotidiano non è magari proprio un 'fiore all'occhiello' (o magari per qualcuno sì, ma fa niente).

Resta la domanda: è possibile prevedere una pena come il carcere per una 'colpa giornalistica'? Su questo è lecito nutrire una forte contrarietà ma i politici italiani solo ora si dicono pronti a 'fare presto'. Per tanti anni hanno invece mantenuto in vigore norme dell'epoca fascista che potevano magari servire a intimidire qualche giovane giornalista troppo 'curioso'. Quanto a FNSI e Ordine, forse potevano chiedere con più forza l'abrogazione di quelle norme: anche delle loro proteste in merito in questi anni si era francamente persa la memoria.

Pubblica i tuoi commenti