Le frequenze di Mediaset: cifre ‘ballerine’

Per ‘Puntocom’ Mediaset controlla il 44% delle frequenze. Una cifra che appare esagerata, anche se la posizione dominante del gruppo, dopo la probabile acquisizione delle frequenze di Sportitalia, sembra ugualmente fortissima e quasi inattaccabile. Le nostre cifre al riguardo.

Da un recente numero del quotidiano 'Puntocom' riportiamo quanto segue:

«Può essere che Antonio Catricalà si sia confuso. Il presidente dell'Antitrust potrebbe aver frainteso il termine etere, confondendolo con il noto anestetico. Deve essere successo qualcosa del genere quando la sua Autorità ha dato il via libera all'accordo Mediaset-Europa Tv. Stiamo parlando di un affare di oltre 185 milioni di euro, una stretta di mano tra lo storico amico di Casa Berlusconi, Tarak Ben Ammar, e il Biscione. Ora tocca, del tutto formalmente, all'Autorità delle Comunicazioni dare un parere consultivo, ma è praticamente cosa fatta, visto che le possibilità di un Antonio Calabrò che mette in discussione il semaforo verde dell'Antitrust sono vicinissime allo zero assoluto. C'è solo bisogno di questa "benedizione" finale, e poi Mediaset s'intascherà altre 450 frequenze.

Attenzione: Cologno ci avverte che le antenne di Europa Tv non servono per potenziare il già deflagrante potere di Mediaset sulla piattaforma Dtt, bensì la fetta di etere appena acquisito servirà per i futuri segnali del DVB-H, il nuovo standard che servirà al televisione mobile (MT), quella che passerà per i telefonini di prossima generazione. Si tratta quindi di segnali destinati ad un servizio prossimo futuro tariffabile al minuto. Ergo, si tratterà di tv a pagamento, in barba a chi prometteva in pompa magna «la diffusione di un congruo numero di programmi radiotelevisivi nazionali e locali in chiaro, ponendo limiti alla capacità trasmissiva destinata ai programmi criptati» (non è uno stralcio di un sogno perverso, bensì della famigerata Legge Gasparri).

Tirando quindi le somme, si tratta di un'altra porzione di etere terrestre, risorsa sempre più rara, che viene sottratta alla fruizione free, per essere destinata alla nuova ossessione di Cologno: la pay per view. Poco importa che Mediaset avesse più volte promesso di «voler riservare porzioni di capacità trasmissiva del nuovo multiplex, agli operatori tlc che ne faranno richiesta». D'altronde non siamo il paese dei Pulcinella e dei PinocchiO Eppure, facendo due conti, Cologno è già proprietaria di 4524 frequenze per trasmettere Canale 5, Italia 1 e Rete 4, a cui nell'ultimo anno ne ha aggiunte 924 (le 450 di Sportitalia, le 274 di Home Shopping Europe più altre 200 rastrellate qua e là per tutta Italia). In tutto ben 5448 su un totale di 12.211 frequenze disponibili sul territorio nazionale. In pratica la società guidata dalla famglia Berlusconi controlla oltre il 44% delle frequenze italiane: 4524 in concessione dallo Stato, 924 di proprietà. Eppure tutti si lamentano dicendo che le frequenze sono scarse. E nessuno si scandalizza (tantomeno le Authority) che le frequenze "berlusconizzate" vengano utilizzate per i servizi a pagamento di Mediaset Premium: grazie alla strepitosa definizione inserita nel recente Testo Unico sulla RadioTv, in cui la pay per view non è televisione ma un "servizio della società dell'informazione". In realtà si tratta solo di un ardito escamotage che serve a far saltare i tetti antitrust, altrimenti già abbondantemente sforati, e che sottrae questa "non televisione" dai limiti di affollamento pubblicitario, dalla necessita di ricevere una autorizzazione a trasmettere e dal rispetto delle norme a tutela dei minori.

Un capolavoro, insomma. E alla fine di questo giro di valzer di frequenze, tralicci e canali, il gruppo televisivo del premier si ritrova in pole position su tutti i possibili mercati legati al settore televisivo analogico e digitale: come editore televisivo e fornitore di contenuti, operatore di rete e fornitore di servizi; con le maggiori squadre di calcio in portafoglio, con i loro diritti per tutte le piattaforme e con in tasca una serie di accordi, già siglati, con gli operatori della telefonia. E soprattutto, con la benedizione dell'Antitrust, che giudica questa situazione perfettamente normale. Ricordiamolo, l'etere è anche un noto anesteticoO».

L'articolo di 'Puntocom' evidenzia molte situazioni assolutamente reali ma ha il difetto, a nostro parere, di dare delle cifre che non convincono. A tale proposito, ribadendo quanto da noi pubblicato la scorsa settimana e sulla base di nostre (credibili) valutazioni, riteniamo che le frequenze complessive, fra analogiche e digitali, in Italia, siano più di 24.000 (e non 12.000). L'incredibile disparità di cifre deriva dal fatto che le fonti in Italia, al solito, sono incerte e il Ministero delle Comunicazioni non fornisce nulla in proposito (come se si trattasse di un problema di poco conto).

Ebbene, di queste 24.000 (circa) frequenze, Mediaset ne ha attualmente oltre 4700 in analogico (20.7% del totale) e 645 in digitale, per un totale di oltre 5400, pari al 22% del totale. Va sottolineato che si tratta in genere di ottime frequenze, con una copertura del territorio molto elevata. Se poi a queste aggiungiamo le frequenze di Sportitalia (461, complessivamente, con ottima copertura nazionale) la cui acquisizione l'Antitrust sembra voler 'benedire', arriviamo a quasi 5.900 frequenze. Ebbene, 5.900 frequenze su un totale di circa 24.000 (come abbiamo visto) corrisponde a circa il 24.5% e non al 44.

Ma che ci sia una posizione dominante che si sta clamorosamente incrementando è indubbio lo stesso, anche se Catricalà sembra approvarla tranquillamente, se si pensa che in digitale con Sportitalia (attivazione prevista a giugno/luglio) Mediaset avrebbe a disposizione più di mille frequenze, quando a tutt'oggi ne sono state attivate in totale solo 1476 circa! Sul totale di (a quel punto) circa 2000 frequenze digitali, Mediaset ne avrebbe il 50% circa.

Per capirci, la Rai a tutt'oggi ha solo 184 frequenze digitali, La7-Telecom 183, All Music 32, le Tv locali tutte assieme 169. Mediaset a luglio sarebbe appunto a quota 1000, da sola.

La legge Gasparri e il passaggio al digitale dovevano aumentare fortemente il pluralismo Tv... Ecco i risultati.

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