L’industria europea dei contenuti soffre le carenze del Governo

Autori, produttori e sindacati del cinema protestano per l’assenza di regolamentazione in materia di quote di investimento e di programmazione di opere cinematografiche di espressione originale italiana, in capo alle emittenti televisive.

L'auspicato Decreto, a firma dei Ministri dello Sviluppo Economico e dei Beni e delle Attività Culturali, dovrebbe disciplinare, nell'ambito del concetto più ampio di produzioni audiovisive europee, i criteri per la qualificazione delle opere cinematografiche di espressione originale italiana, nonché le relative quote di programmazione e di investimento di pertinenza delle emittenti Tv italiane.
La norma che prevede l'emanazione del provvedimento di natura non regolamentare, è contenuta nel T.U. radiotelevisivo ed ha subito varie modifiche ed integrazioni, da ultimo con il Decreto Romani, il quale però risale ormai al marzo del 2010.

Da allora si attende che, sentite le competenti Commissioni parlamentari, venga emanato detto decreto, anche in considerazione dello sviluppo del mercato e della disponibilità delle emittenti.
È evidente, infatti, come il media Tv possa e debba favorire lo sviluppo e la diffusione della produzione audiovisiva europea/italiana, anche in riferimento a generali principi di protezione del mercato europeo.

I fornitori di servizi di media audiovisivi, sia lineari che non lineari (ovvero on demand) su qualsiasi piattaforma di trasmissione, indipendentemente dalla codifica delle trasmissioni, devono riservare alle opere europee la maggior parte del loro tempo di trasmissione, ed almeno il 10 per cento del tempo di diffusione alle opere europee degli ultimi cinque anni, incluse le opere cinematografiche di espressione originale italiana, ovunque prodotte.
Inoltre, devono riservare almeno il 10 per cento dei propri introiti netti annui, così come risultanti nel conto economico dell'ultimo bilancio di esercizio disponibile, al pre-acquisto e all'acquisto di opere europee realizzate da produttori indipendenti.

Criteri più rigidi sono riservati alla Concessionaria del servizio pubblico generale radiotelevisivo.

Ma in assenza della determinazione dei criteri per la qualificazione delle opere cinematografiche di espressione originaria italiana ovunque prodotte, buona parte della normativa citata non può trovare applicazione concreta, a totale detrimento dell'industria dei contenuti che reclama la propria sostanziale inesistenza.
Questa carenza normativa, determina, quindi, il permanere dello strapotere dell'imponente industria americana che vorrebbe ridurre il cinema europeo a semplice distributore.

(*) Marzia Amiconi, Avvocato, Studio Legale Amiconi, è Member of Carnelutti Group.

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