Osservatorio IsICult / Millecanali: l’audiovisivo nel Lazio

“Stimolare la sperimentazione, l’innovazione, la diversità ed evitare i finanziamenti a pioggia”. Sono le linee-guida dell’Assessore alla Cultura della Regione Lazio Lidia Ravera. Intanto sospende parte delle attività la mitica Sacher Film di Nanni Moretti…

Mercoledì 5 giugno si è tenuto a Roma, presso la sede della Regione Lazio, un incontro tra Lidia Ravera, Assessore alla Cultura e Sport e Politiche Giovanili della Giunta Zingaretti (insediatasi a metà marzo) ed una folta rappresentanza delle tante associazioni, professionali ed imprenditoriali, che caratterizzano il “piccolo mondo” degli italici cinematografari. È stata un'occasione ghiotta, per chi cerca di comprendere gli orientamenti della eterodossa neo-Assessore (che si è autodefinita una “aliena”, rispetto ai “palazzi della politica”, in un bell'articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 1° giugno scorso).

La fama della scrittrice Ravera resta legata al suo best-seller, “Porci con le ali” (scritto a quattro mani con Marco Lombardo Radice), pubblicato nel 1976, ma il neo Assessore ha complessivamente pubblicato oltre 25 libri, prevalentemente romanzi. Tra i più recenti, si ricorda il romanzo “Piangi pure” (per i tipi della Bompiani) ed il libro-intervista-confronto “La vita che vorrei”, con Nichi Vendola (per Dino Audino). Ha collaborato a numerose sceneggiature per il cinema (ci piace ricordare “Mamba”, per la regia di Mario Orfini) e per alcune serie televisive della Rai. Come ha scritto recentemente Davide Maggio nel suo interessante blog, “c'era un tempo in cui l'Italia non aveva bisogno di format spagnoli come 'Medico de Familia' o 'Los Serrano', per dare vita a serie di successo come 'Un Medico in famiglia' e 'I Cesaroni', entrambe accomunate, oltre che dalla casa di produzione Publispei, da un soggetto incentrato sulla vita e le disavventure quotidiane di una 'tipica' famiglia italiana. Correva, infatti, l'anno 1982, quando sugli schermi di Rai1 prendeva il via 'Casa Cecilia', prima sit-com italiana (...). All'avanguardia sia per i temi trattati e il linguaggio utilizzato, la serie vantava soggetto e sceneggiatura a firma di Lidia Ravera e di Emanuele Vacchetto”. Ravera è anche giornalista e collabora con testate come “Il Fatto” e “Micromega”.

È stata chiamata alla guida delle politiche culturali della Regione Lazio da Nicola Zingaretti, che ha voluto mettere in atto un'operazione spiazzante, anche perché Ravera, pur ben collocata a sinistra, non è iscritta al Pd, ed è quindi sganciata da dinamiche partitocratiche.
Da osservatori critici - quali siamo, da decenni - della politica culturale, a livello nazionale e locale, abbiamo, fin dai primi giorni, apprezzato la estrema cura comunicazionale (linguistica e semantica) con cui Ravera si è manifestata, in alcune pubbliche occasioni: che fosse un intellettuale ed un artista, era evidente, ma che riuscisse ad arricchire il “linguaggio della politica” con una forma elegante ed al tempo stesso significativa (significante) è una bella sorpresa. Anche perché si tratta di un bel parlare che sembra riuscire a non cadere in quella qual certa ridondanza retorica che caratterizza invece talvolta un altro eccellente “affabulatore” - politico di professione - qual è Vendola.

Ciò premesso, la Ravera, che ha ereditato un assessorato retto per alcuni anni da Fabiana Santini (il cui curriculum evidenziava al massimo il ruolo di capo della segreteria dell'ex Ministro Scajola) nella Giunta Polverini, ha subito precisato, non appena insediatasi, che avrebbe “studiato”, e che avrebbe anzitutto “ascoltato”... “prendendo appunti” (formula che ribadisce spesso e che effettivamente corrisponde alla realtà). Ha anche premesso con chiarezza: “la Regione Lazio, e questo Assessorato, non saranno più un bancomat, anche perché il bancomat s'è rotto”.

In estrema sintesi, va ricordato - ai lettori che non vivono a Roma e nel Lazio - che la Giunta Polverini (aprile 2010-marzo 2013) aveva, a sua volta, ereditato dalla Giunta Marrazzo (aprile 2005-ottobre 2009) un notevole livello di interventismo nelle politiche culturali, con particolare attenzione all'audiovisivo: finanziamenti consistenti, sostegno ad iniziative incerte come il Fiction Fest, iniziative promozionali varie. Il deficit della Giunta Marrazzo va cercato nell'assenza di un piano strategico organico e di medio periodo: ha prevalso una pluralità di interventi, che è presto degenerata in policentrismo dispersivo, a partire da una assenza di sintonia tra “anime” della stessa giunta: le politiche culturali erano curate da Giulia Rodano (poi divenuta responsabile cultura nazionale dell'Italia dei Valori, ed ormai allontanatasi dalla politica); le politiche comunicazionali erano gestite da Francesco Gesualdi (segretario generale della Regione, già direttore generale di Cinecittà, fiduciario di Marrazzo).

Con una gestazione complessa, la Giunta Polverini ha comunque approvato una legge regionale sul cinema e sull'audiovisivo, che un qualche segno di innovazione ha provocato, a partire dalla denominazione della norma stessa, che, per la prima volta in Italia, ha “accomunato” il cinema e l'audiovisivo (non cinematografico). Sono stati allocati fondi per 15 milioni di euro l'anno, assegnati sulla base di meccanismi “automatici” (in primis, la sensibilità verso il Lazio, in termini di riprese o utilizzazione di risorse professionali in Regione), senza che vi fossero commissioni di esperti che giudicassero la sceneggiatura o il progetto filmico.

Questa legge è controversa: per alcuni, ha consentito una preziosa boccata di ossigeno, a fronte della riduzione della “quota cinema” del nazionale Fondo Unico per lo Spettacolo (che non arriva a nemmeno 100 milioni di euro l'anno); per altri, ha finito per finanziare anche qualche produzione indipendente e qualche giovane autore (e produttore), ma per lo più ha sostenuto i “soliti noti”, ovvero i più ricchi produttori italiani (esemplificativamente, la Cattleya di Riccardo Tozzi e la Palomar di Carlo Degli Esposti). Va rimarcato che non è stata realizzata alcuna analisi valutativa degli effettivi impatti di questa legge, nella “migliore” tradizione dell'assenza di verifiche sull'intervento della mano pubblica nel settore culturale, che riteniamo essere la più grave patologia del sistema italiano.
Affianco all'Assessora Ravera, alcune dirigenti del suo staff: la neo direttrice generale Miriam Cipriani (che certamente conosce la complessa macchina burocratica della Regione, dato che ha diretto le politiche sanitarie dal luglio 2010 all'aprile 2013), la dirigente regionale Cristina Crisari, e Giovanna Pugliese, dirigente della Provincia di Roma (curatrice del progetto “Abc Cinema&Storia” per la promozione del cinema nelle scuole) e collaboratrice di fiducia dell'Assessore. È stata proprio Pugliese ad introdurre l'Assessora, la quale, con grande modestia, ha ribadito di aver promosso la riunione giustappunto “per ascoltare e per imparare” (rara avis, in un politico o amministratore pubblico italiano, questa fenomenologia).

La riunione è stata aperta da un intervento di Corrado Volpicelli, dirigente del Sindacato Lavoratori della Conoscenza della Cgil, che si è soffermato sulla necessità di definire al meglio, anche ai fini del rinnovo dei contratti nazionali collettivi di lavoro, i profili professionali dei lavoratori dell'audiovisivo, per ridurre dinamiche di sfruttamento e sperequazioni di varia natura.

Alessandro Rossetti, dell'esecutivo della storica Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), ha letto un lungo documento programmatico, proponendo la costituzione di una sorta di consiglio consultivo permanente dell'Assessorato (invocando “tavoli di concertazione”), e soprattutto chiedendo a chiare lettere che i 15 milioni di euro l'anno della legge regionale vengano tutti destinati al cinema, e non - come avvenuto finora - due terzi a favore del cinema (10 milioni) ed un terzo alla fiction (5 milioni).

Questa presa di posizione ha subito riportato in sala l'eco di un “frazionismo” che caratterizza l'industria culturale italiana, nella quale, all'interno della stessa filiera (cinema ed audiovisivo sono forme espressive diverse, ma comunque sostanzialmente afferenti alla stessa forma industriale), emergono interessi contrapposti, particolari e partigiani, che spesso non comprendono il senso strategico di una visione unitaria.

Angelo Barbagallo, presidente dei produttori dell'Anica, ha manifestato un parere sostanzialmente positivo nei confronti della legge Polverini-Santini (resta memoria netta di una sua foto, lui sinistrorso “doc”, affiancato alla Polverini, destrorsa “doc”, in quel del festival di Cannes, entrambi sorridenti rispetto alle future e magnifiche sorti del cinema “made in Lazio”), soprattutto perché i fondi non sono gestiti dalla “estetocrazia” delle “commissioni di esperti”, che hanno caratterizzato (ed ancora caratterizzano) l'amministrazione del Fondo Unico per lo Spettacolo (si ricorda che la dotazione del Fus è stata di 423 milioni di euro nel 2011, scesi a 411 milioni nel 2012, ed a 390 milioni per il 2013, sebbene questo budget dovrebbe beneficiare di un piccolo incremento), e quindi la prevalenza di una “soggettività” suscettibile - secondo Barbagallo - di simpatie ed avversioni, e finanche di clientelismi e consociativismi.

È prontamente intervenuto Degli Esposti, in rappresentanza dell'Apt (Associazione Produttori Televisivi), il quale ha rivendicato il giusto senso dell'allocazione di un terzo del fondo regionale a favore della fiction, sostenendo che i due segmenti del settore audiovisivo sono oggi anche in Italia sostanzialmente integrati, e quindi criticando la visione passatista dell'Anac, superata nei fatti dalla convergenza multimediale.

Martha Capello, presidente dell'Agpc (Associazione dei Giovani Produttori Cinematografici), ha sostenuto che la legge Polverini-Santini ha comunque consentito numerose start-up, e che, per quando suscettibile di correzioni, ha rappresentato uno strumento normativo che ha stimolato innovazione.

Maurizio Sciarra, regista e portavoce dell'associazione 100autori (consorella dell'Anac, ma più... moderna ovvero post-moderna) ha evidenziato come il disastroso scenario generale delle politiche culturali italiane, e la riduzione dei fondi a favore del cinema da parte del Mibac (e dei budget allocati da Rai e Mediaset per quanto riguarda la fiction, aggiungiamo noi), ha determinato nella comunità degli operatori la ricerca, nei fondi regionali, di una sorta di impropria “supplenza”.
La riflessione politica (evidente il riferimento al Ministro Bray) deve soffermarsi sul senso di un finanziamento “a pioggia”: se i danari pubblici sono sempre meno, non è meglio che essi vadano a sostenere gli anelli più deboli della catena, in primis il cinema cosiddetto “difficile” (la definizione è della Commissione Europea) e comunque le fasi della filiera che più hanno necessità di stimoli (l'ideazione, la scrittura, la progettazione)?!
Carlo Bernaschi, presidente dell'Anem (Associazione Nazionale Esercenti Multiplex), si è soffermato sulla questione urgente della digitalizzazione dell'intero parco-sale cinematografiche italiane: da inizio del 2014, dovrebbe cessare la distribuzione dei film sul supporto della tradizionale pellicola, ed una parte significativa degli schermi italiani (circa un migliaio su un totale di quattromila; dati più precisi riportano una stima del 62 % del “campione” Cinetel, ovvero 1.886 schermi su 3.250) non è ancora pronta.
Sulla necessità di recuperare il ritardo nella digitalizzazione, è intervento anche Massimo Arcangeli, segretario generale dell'Agis del Lazio. Giorgio Valente, a nome dell'associazione Cinema e Territorio (Valente è anche titolare dello storico cineclub romano Il Labirinto), ha rimarcato l'esigenza di una interazione e sinergia tra l'assessorato alla cultura e l'assessorato alla formazione, data la diffusa assenza di “cultura cinematografica” nelle giovani generazioni.
Roberto Cicutto, amministratore delegato di Cinecittà Luce, ha rilanciato le critiche al sistema normativo nazionale, alle conseguenze disastrose del duopolio Rai-Mediaset e della sua speculare forma - nello specifico del cinema “theatrical” - Rai Cinema-Medusa. Senza la benedizione di questi soggetti (cioè di uno dei due) è impossibile, o quasi, “fare cinema” o “fare televisione” in Italia. Sistema bloccato e chiuso.

Lo sceneggiatore Stefano Rulli, da qualche mese presidente del Centro Sperimentale di Cinematografica (Csc), ha sostenuto come la divisione tra cinema e tv debba essere superata culturalmente: ci si deve concentrare sulle migliori modalità per sviluppare “modelli narrativi” contemporanei, che siano adatti alle sale, alla televisione, ad internet, senza paratie ideologiche ed estetiche.

Gerardo Panichi (produttore della Citrullo International), presidente da tre mesi di Doc/it, la pugnace associazione dei documentaristi italiani (trascurati dal Mibac, ignorati da Rai e Mediaset, e... sostanzialmente apprezzati soltanto all'estero), ha sostenuto la necessità di allocare risorse per lo sviluppo dei progetti, che, soprattutto nella documentaristica, rappresenta la fase più delicata e complessa dell'intrapresa.

Nino Russo, sceneggiatore e vice-presidente dell'Anac, con un intervento appassionato e (auto)critico, ha avvertito i partecipanti all'incontro del rischio concreto di riprodurre uno “stanco rituale” che si ripropone da decenni nella convegnistica sul cinema, la televisione, l'audiovisivo (i componenti di una sorta di “compagnia di giro”): ognuno tira la giacchetta dalla propria parte (gli autori, i produttori, i cinematografari, i televisivi, le tante “categorie”...), mancando ancora una visione di insieme, e non riuscendo le tante anime di quest'industria culturale a comporre unitariamente il comune interesse a sviluppare un ecosistema mediale sano. In effetti, crediamo che, se “la politica” ha la responsabilità primaria nei deficit della politica culturale nazionale, anche i rappresentanti (associazioni, categorie, lobby...) delle tante anime del cinema e dell'audiovisivo italiano abbiano una loro bella responsabilità, rispetto allo stato disastroso del sistema: norme lacunose e frammentarie, totalmente carenti di una visione sistemica, anni-luce dal modello eccellente della Francia. Russo ha invitato l'assessora Ravera ad intraprendere uno sforzo di “creatività istituzionale”, per cercare un sistema per interpretare le ragioni di questi ritardi e di queste contraddizioni, e per governare al meglio l'esigenza di superamento delle criticità in essere.

Carlo Mazzotta, presidente (dal novembre 2012) dell'associazione Sact (Scrittori Associati di Cinema e Televisione), ha segnalato che, dal suo punto di vista, la criticità è certamente da cercare anche nella riduzione dei fondi allocati alla produzione di audiovisivo, ma anche nella debolezza di un rapporto positivo tra istituzioni, “creatori di idee” e nuovi assetti del mercato mediale: ha denunciato che il 70 per 100 degli associati Sacd è “inoccupato”, e che forse il sostegno pubblico dovrebbe stimolare anche l'evoluzione dalla figura del tradizionale sceneggiatore a quella dello sceneggiatore/produttore, anche grazie alle potenzialità consentite dal web.

Roberto Perpignani, presidente della Fidac, federazione di molte associazioni professionali del cinema italiano, ha fatto riferimento all'esperienza positiva dell'elaborazione dei “profili professionali” del cinema e dell'audiovisivo, avviata dalla Giunta Marrazzo, iniziativa dimostratasi utile anche ai fini della migliore partecipazione dell'Italia ai progetti di coproduzione internazionale.

Stefano Pierpaoli, animatore di un eterodosso gruppo di operatori del cinema e dell'audiovisivo indipendente, presidente di Consequenze Network, ha sostenuto la necessità di concentrare l'allocazione delle risorse pubbliche soprattutto sulle start-up, sulla progettualità, sulla ricerca, sulla sperimentazione, evitando di andare invece a rafforzare i “poteri forti” del sistema tradizionale.

Per ultimo è intervenuto Citto Maselli, regista e presidente onorario dell'Anac, che ha ricordato come il cinema italiano degli anni migliori sia stato anche il risultato del coraggio di produttori come Cristaldi e De Laurentiis, e di una legge a favore del cinema (“forse l'unica cosa buona fatta da Andreotti”) che, per l'epoca, era all'avanguardia, e stimolava tra l'altro una palestra espressiva come la documentaristica.

Che la crisi del cinema italiano sia profonda è confermata dalla notizia (diffusa nella stessa giornata dell'iniziativa della Regione Lazio) della sostanziale sospensione delle attività di distribuzione ed acquisizione della mitica Sacher di Nanni Moretti, che ha diramato questo comunicato stampa: “Ormai la situazione del Paese è tale che una distribuzione come la nostra, da sempre orientata alla diffusione di film art house che la gente va sempre meno a vedere e che le tv non acquistano più, si ritrova a lavorare più per filantropia che altro”.

Dopo oltre due ore di interventi, ha tirato le conclusioni l'Assessore, visibilmente affaticata (ha diligentemente preso appunti, come annunciato), ma ben vivace e stimolante, tracciando alcune linee-guida: ha premesso che non ha mai creduto nella dicotomia tra “cultura” ed “industria”, ed ha definito le industrie dell'immaginario come “industrie particolari che producono oggetti delicati” (aggiungendo: “dobbiamo sempre ricordarci il motto: handle with care”); ha lamentato come il nostro Paese, da molti anni, sia sottoposto ad un bombardamento mediatico (televisivo) che ha impoverito le coscienze (“abbiamo consumato roba balorda per decenni”) ed ha determinato una diffusa “desertificazione culturale”; ha sostenuto la necessità di far affluire “aria fresca” in un sistema polveroso e stantio, attraverso la promozione della sperimentazione, della ricerca, dell'innovazione, dei giovani talenti, stimolando le diversità espressive e linguistiche; ha sostenuto a chiare lettere che gli “automatismi” possono anche essere funzionali, ma che debbono essere integrati (corretti) con l'intervento “umano” (per quanto esso possa essere a rischio di soggettività); ha dichiarato che le procedure di finanziamento dovranno prevedere anticipazioni, perché la produzione audiovisiva è processo complesso e costoso, ed è la fase iniziale a dover essere sostenuta con maggiore attenzione; ha enfatizzato la necessità di guardare al territorio regionale, ben oltre Roma, perché è soprattutto “in provincia” che si soffre dell'assenza di strutture di offerta (cinema, teatri, centri culturali...), ovvero si assiste alla morte degli “avanposti dell'alfabetizzazione”; ha annunciato la costituzione di un comitato di qualificati esperti indipendenti (liberi da conflitti di interessi), che procederà ad apportare correzioni “light” alla legge cinema ed audiovisivo, ed a effettuare valutazioni (soggettive!) su cosa debba essere sostenuto, e cosa no, dalla Regione Lazio (“no ai finanziamenti a pioggia... anche perché si corre il rischio di... far piovere sul bagnato”, ha ironizzato); per quanto riguarda la film commission, ha dichiarato a chiare lettere che considera l'esperienza pugliese (e la stima per Vendola si conferma) un caso di eccellenza, anche per quanto riguarda la Apulia Film Commission, diretta dal giovane Silvio Maselli.

Per noi, che pure siamo studiosi critici di politiche culturali da un quarto di secolo, assidui e pazienti frequentatori di ogni iniziativa convegnistica e di dibattito sulla cultura, si è trattato di un'iniziativa assolutamente lodevole (anche se forse la durata degli interventi doveva essere oggetto di una regolazione più accurata fin dall'avvio della consultazione, e magari la consultazione doveva essere meno “a porte chiuse”, cioè ad invito...), densa, succosa, stimolante. Peccato che non sia stata trasmessa via webcam, perché avrebbe meritato una maggiore diffusione rispetto all'intera comunità degli operatori dell'industria culturale italiana, per stimolare ulteriore dibattito. È stata comunque effettuata la registrazione audio, e quindi suggeriamo agli uffici dell'Assessorato di procedere alla trascrizione ed alla pubblicazione almeno su web.

Le intenzioni dell'Assessore sono evidenti, commendevoli, condivisibili: innovare, scardinare il modello pre-esistente, rischiare. Abbiamo anche registrato qualche interessante assonanza tra quanto sostenuto dall'Assessore Ravera e quanto annunciato il 23 maggio dal Ministro Bray nella sua relazione di fronte alle Commissioni Cultura di Camera e Senato per la prima volta riunite assieme. L'intervento del neo-Ministro, per lo specifico audiovisivo, è rivoluzionario (almeno sulla carta), sebbene nessun quotidiano abbia colto la novità: ha fatto riferimento al modello francese come “benchmark”, e ciò basti.
Non resta da augurarci che si passi presto dal libro delle belle intenzioni (comunque apprezzabile, anche soltanto dal punto di vista intellettuale e della elaborazione di “policy” auspicata) alla concreta progettualità ed alle conseguenti azioni: normazioni, regolazioni, allocazioni di budget adeguati, deliberazioni amministrative. La Giunta Zingaretti ha certamente una previsione di vita maggiore del Governo Letta, e ciò conforta.

(ha collaborato Elena D'Alessandri)

(*) Presidente dell'IsICult - Istituto italiano per l'Industria Culturale (www.isicult.it)

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