Radio locali, parliamone di più

Tra gli addetti ai lavori si evidenzia con una certa sorpresa che, tra tutti i media “tradizionali” la radio sia quello che meno ha sofferto per la crisi degli investimenti pubblicitari.

Va fatta però una distinzione fondamentale: i dati positivi riguardano le radio “nazionali” mentre ben altra è la situazione delle emittenti locali, nella maggior parte colpite da una crisi editoriale ed economica destinata ad aggravarsi anche fronte dei recenti sviluppi del settore, dove Mediaset, con l’acquisizione di Finelco e la cancellazione di 99 Pubblicità, concentra nelle sue mani (R. 101, R.105, RISMI, R. Kiss Kiss, RMC, Virgin Radio, R. Subasio Radio Norba) la bellezza di 18.366.357 di ascolti lordi g.m. (fonte Radio Monitor I° sem. 2015) e, forte degli altri potenti mezzi di cui dispone, si avvia a diventare un assoluto protagonista degli investimenti pubblicitari in radio.

Accanto ad esempi virtuosi, con alcune radio locali che registrano ancora audience importanti superando, nei rispettivi territori gli ascolti delle “nazionali”, sono però molte le emittenti che arrancano, generalmente accomunate da una tendenza a reiterare un modello di palinsesto e di organizzazione fermo ai bei tempi degli esordi, quando bastava individuare un determinato genere musicale e riempire l’etere di bei suoni, o a evitare ogni genere di commistione o consorzio con “gli altri”.

C’è modo di evitare una progressiva moria di imprese, con conseguente perdita di posti di lavoro e di potenziali voci libere nel panorama di conformismo e appiattimento mediatico? A mio avviso la possibile soluzione sta in un nuovo spirito di collaborazione tra gli editori, una capacitò di auto-organizzarsi anche sul piano dei contenuti e delle attività commerciali, in un sano lobbying verso il mondo della politica, anche per dare una soluzione definitiva all’intricata questione del DAB. Perché non organizzare un convegno nazionale sul tema?

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