Rai, dove vai?

Tempi duri per l’azienda di servizio pubblico radiotelevisivo italiano. Un punto della situazione all'inizio di questo 2017 che si aperto tutt'altro che serenamente

L'anno 2017 si è aperto all’insegna dell’incertezza e di molteplici problematiche irrisolte. A dicembre si è assistito al fallimento del piano per l’informazione proposto dal Direttore Editoriale Carlo Verdelli, precedute dalle dimissioni di Francesco Merlo e dalla sfiducia della redazione al Direttore di Rai Sport Gabriele Romagnoli.
Le dimissioni di Verdelli erano annunciate, anche per criticità già emerse nel rapporto tra Verdelli e i vertici aziendali. Le critiche al suo “piano”, che hanno investito tutto l'impianto progettuale – a eccezione della priorità assegnata al digitale – dal trasferimento del Tg2 a Milano, alla creazione di cinque macroregioni nelle quali accorpare le redazioni regionali, alla mancata previsione dei costi nella bozza consegnata al cda, al canale in inglese (idea in sé positiva) i cui contenuti da trasmettere non apparivano ben chiari, hanno fatto il resto. E dopo un anno e mezzo – con le deleghe di Verdelli avocate dal Dg Campo dall’Orto – il vertice si trova costretto a ricominciare da capo sul rinnovo dell’informazione pubblica. Una controproposta è arrivata dal consigliere Arturo Diaconale che suggerisce di assegnare all'emittente di San Marino un canale non pienamente utilizzato al fine di avere così visibilità su tutto il territorio italiano.
Scrive lo stesso Diaconale, in un editoriale del 4 gennaio sul quotidiano (da lui stesso diretto) L’Opinione: “Le idee di fondo del mio contributo sono la trasformazione della Rai nel perno del sistema informativo nazionale in un quadro di collaborazione con l’emittenza privata nazionale e quella locale, contro il rischio di colonizzazione informativa del Paese, la rinuncia alla raccolta pubblicitaria, l’uso delle emittenti private provinciali e regionali per l’informazione locale, la trasformazione di San Marino Rtv nella sesta rete nazionale della Rai, il potenziamento del settore dello Sport, il pluralismo da realizzare attraverso la personalizzazione dei programmi”.
Certo è che questo insuccesso ha indebolito il vertice, lo stesso chiamato a trattare il rinnovo della concessione – scaduta il 6 maggio 2016 – prorogata ad ottobre, poi a dicembre e ora a fine marzo, con l’interferenza di possibili elezioni anticipate.
Il Governo Renzi ha giocato un ruolo determinante in questa partita e la sua caduta ha inferto un duro colpo a quella “Rai renziana” tanto voluta dall'ex Premier; c’è chi dice che anche il piano Verdelli avrebbe avuto un epilogo diverso se il Governo fosse rimasto in sella.
Ma del resto la Rai rappresenta da sempre una spia dello Stato di salute politico del Paese. L’incertezza del Governo Gentiloni circa la sua durata – quando si voterà? E con quale legge elettorale? – non può che ripercuotersi negativamente anche su questo fronte.
Altro tema caldo, come dicevamo, è quello del rinnovo della concessione Stato Rai, che dovrebbe definire assetti, mission e risorse per il prossimo decennio.
Ma il tema cruciale rimane probabilmente quale sia la missione del servizio pubblico oggi, in un contesto di grande, e sempre crescente, competizione. Anche a livello italiano ormai ci sono player internazionali sulla piazza, come Sky o Discovery, e se si dovesse chiudere l’accordo Mediaset-Vivendi, sarà sempre più difficile rimanere in sella con un’offerta di qualità che sia al passo con i tempi.
Spetta al Governo prendere una decisione su questo tema.
La Rai del Maestro Manzi che aveva contribuito all’alfabetizzazione della penisola è più che tramontata e il ruolo di una media company oggi si presenta come più ampio e difficile – anche per la presenza di nuove piattaforme che fanno virare il pubblico altrove.
Resta poi a complicare la partita – e non è certamente un dettaglio – l’aspetto di Giano bifronte della Rai, alimentata da una parte dal canone pagato (o evaso) dai cittadini, e dall’altro dalla pubblicità, elemento che si ripercuote inevitabilmente sulla sua programmazione facendo dell'italico psb un ibrido a metà tra un servizio pubblico e una tv commerciale. Continuare a rincorrere, come spesso accade nella convegnistica di settore, il modello BBC, appare una chimera per molte e differenti ragioni.
Certo è che in un clima di crescente insicurezza, dove addirittura si parla di un post Campo Dall’Orto – e si punta il dito a Nino Rizzo Nervo o alla stessa Monica Maggioni, attuale Presidente, come papabili successori (con una Barbara Palombelli Presidente), e un cda assolutamente depotenziato, non fanno ben sperare in un riassetto concreto di breve termine. Certo è che per affrontare le tante e diverse problematiche, il nostro servizio pubblico dovrebbe prima chiedersi, seriamente, cosa vuole realmente essere.

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