Recensione: “Acciaio”

Un film che è stato presentato come un ‘resoconto della vita della classe operaria a Piombino’ ma è in realtà un ‘documento’ sulla problematica formazione alla vita di due bellissime adolescenti. Che crescono in un ambiente da incubo…

Che strana città è Piombino! Lo sa anche chi si reca all'Elba e si imbarca in questa località toscana a sud di Livorno che non è solo un porto dove partire per la meta di agognate vacanze, a qualche miglia di mare, ma anche una città industriale che vive soprattutto della sua acciaieria, la ex Lucchini, nel bene e nel male, anche se il pensiero corre subito a Taranto e quindi decisamente più al male che al bene e le cose anche qui dal punto di vista industriale sono un bel problema.
In questo film e prima ancora nel romanzo di successo di una giovane autrice come Silvia Avallone (protagonista di un memorabile duetto con Vespa ad un Campiello di pochi anni fa) l'acciaieria di Piombino è qualcosa di più: quasi un incubo per chi vive qui, l'inevitabile approdo di chi non sceglie la libertà e finisce dunque per andarsene, una sorta di 'mostro' che incombe anche su chi voglia solo andare al mare, un mostro che al suo interno è quasi un girone dantesco e che, come appunto accade con le acciaierie, non può fermarsi mai.
Si capisce come gli abitanti di Piombino abbiano avuto da ridire su questa rappresentazione tragica e unilaterale della loro città e della loro vita ma l'idea è che questo sfondo un po' infernale sia scelto quasi a mo' di metafora per la Avallone e per il film che ne ha tratto Stefano Mordini, che ha anche chiamato la scrittrice a collaborare alla sceneggiatura, scegliendo alla fine una fedeltà più allo spirito del romanzo che una trasposizione dettagliatamente fedele.
L'acciaieria a Piombino ti obbliga a una scelta di lavoro e di vita predeterminata, dunque, e fuori da lì c'è un ambiente piccolo e chiuso in sé stesso, fatto di brutti relitti industriali, case popolari che sembrano scatolette e piccoli cortili dove cercare di vivere in qualche modo anche la propria adolescenza, mentre anche una vera spiaggia è negata e persino il rifugio di un brutto 'capanno' come 'luogo intimo dell'anima' frequentato da tanti bei gattini è ormai a rischio per una incombente ristrutturazione dell'area. L'Elba, poi, è un sogno estraneo e lontano.
Come possono vivere questa realtà gli adolescenti cui è toccato nascere qui? Già le famiglie, come spesso accade oggi anche altrove, sono sfasciate e spesso incapaci di educare, magari i padri sono scappati e le madri sono assenti, la vita è noiosa e spenta, in attesa di crescere per scegliere fra l'acciaieria e il sogno di una vita lontano da qui.
Il film mette però l'acciaieria e i suoi incubi sullo sfondo. Qualcuno, equivocando, l'ha infatti presentato come 'il ritorno della classe operaia quale soggetto cinematografico'. Ma siamo lontanissimi da Kenneth Loach (per dare un riferimento noto in questo campo), mentre qualcuno, semmai, ha persino evocato “Il giovane Holden”. Al centro di tutto ci sono due bellissime adolescenti, Anna e Francesca, i cui corpi che stanno sbocciando sono offerti un po' ossessivamente agli spettatori (ed è un gran bel vedere, beninteso), quasi a voler fare da contrappunto alla incombente bruttezza dell'ambiente in cui vivono.
C'è poi Alessio, fratello di Anna, che ha voluto fare l'operaio alla Lucchini, preferendo una rassegnata 'strada diretta' alla scelta del padre, che ha optato in età un po' avanzata per le vie traverse ed equivoche da 'ricchezza facile' fuori da Piombino. Alessio si rifugia in locali poco raccomandabili, di notte traffica con la droga, ma tutto sommato accetta la sua condizione, tanto da continuare a inseguire un po' rassegnato anche il difficile rapporto con l'amore di gioventù Elena (Vittoria Puccini), che aveva preferito però andare via, anche se poi la sorte l'ha riportata qui, nel gruppo dirigente della Lucchini, quasi 'controparte', dunque, di Alessio.
Ma soprattutto è la problematica scoperta della vita e del sesso di Anna e Francesca a dominare il film, che dunque è totalmente incentrato sulle due ragazze, sulla loro difficile e 'eterna' (nelle promesse dell'età) amicizia, messa a rischio dalle 'spine' dell'approdo alla giovinezza: amori, turbolenze ormonali, incertezze sul futuro, sfascio di qualsiasi riferimento familiare e societario.
Non ci si aspetti dunque un 'saggio' sulla vita in fabbrica, si parla in dettaglio delle difficoltà di due quindicenni in un ambiente di questo tipo e in questo il film, prodotto da Palomar con Rai Cinema, dà il meglio, anche se dispiace un po' lo sfoggio di situazioni al limite del morboso: vite familiari para-incestuose, accenni di lesbismo e di 'lolitismo', prostituzione, lap-dance e locali equivoci, sempre con al centro i corpi delle due bellissime ragazzine. Il film non vuole giustamente andare fino in fondo su questo filone ma ci sarebbe forse piaciuto un'ulteriore dose di 'delicatezza', dato che parliamo di due adolescenti.
Con queste riserve - e ricordato che non siamo in presenza né di un saggio su Piombino né tantomeno sulla condizione operaia in questa zona - il film ha alcuni pregi di non poco conto: le scene in acciaieria sono belle e 'potenti', la fotografia, che, come in 'Reality', è del compianto Marco Onorato, è splendida ed efficace, la scelta delle due protagoniste esordienti, Anna Bellezza e Matilde Giannini, effettuata con un casting proprio a Piombino, è davvero riuscita, Michele Riondino ('Il giovane Montalbano') si impegna a rendere credibile e vero il suo personaggio.
Molte immagini e situazioni restano nella memoria, alla fine del film, ed è un suo indubbio merito. Una fra tutte: il broncio eterno ed efficacissimo che Francesca mantiene per tutta la pellicola, quasi un 'marchio di fabbrica'.

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