Recensione: ‘Argo’

Il pluripremiato (agli Oscar) film di Ben Affleck è un ‘thriller politico’ molto ben costruito che rievoca con una sceneggiatura costruita ‘ad hoc’ un fatto politico vero della recente storia americana. Tutto fin troppo perfetto ma anche molta retorica e il patriottismo delle grandi occasioni.

Curiose le reazioni a questo film, che ha finito per dominare ai recenti Oscar americani, spingendo un po' in un angolo il più 'problematico' 'Lincoln'. Da una parte c'è chi parla di un 'thriller politico' costruito sulla scia dei grande film 'liberal' del cinema americano degli scorsi decenni (a garanzia c'è George Clooney fra i produttori e i registi richiamati sono, per esempio, i grandi Sidney Pollack e William Friedkin), dall'altra, più realisticamente, si nota come la pellicola sia semmai soprattutto un perfetto esempio di film costruito con grandissima cura per arrivare al risultato di piacere a critica e pubblico proprio per le tesi 'politicamente corrette' sostenute e in grado allora di trionfare appunto nella 'magica notte' degli Oscar.

Onestamente ci pare abbiamo più ragione i sostenitori della seconda tesi rispetto agli altri. Quello che infatti rimane impresso di tutto il film è la fortissima dose di patriottismo americano che viene somministrata al pubblico, ovvero quello che a tanti americani proprio piace, per mettersi in discussione il meno possibile. E poco importa - in questa chiave - che alla Casa Bianca ci siano Obama o Bush e infatti quello che viene rievocato è un fatto - all'epoca importantissimo e molto sentito dalla gente - avvenuto sotto l'amministrazione di un presidente democratico, il mite coltivatore di noccioline della Georgia Jimmy Carter. Colpevoli di ospitare nel 1979 il deposto e morente Scià dopo la rivoluzione di Khomeini in Iran, gli americani subiscono la pesantissima contestazione di una popolazione iraniana sotto l'effetto da una parte della pesantissima eredità della sanguinaria dittatura di Reza Pahlavi, dall'altra degli infuocati discorsi degli ayatollah. La rabbia verso gli americani culmina appunto nel '79 con la violenta invasione dell'ambasciata americana a Teheran.
Gran parte del personale e dei presenti viene presa in ostaggio, un piccolo drappello di sei persone riesce a fuggire in auto da un'uscita di servizio e si rifugia in incognito nella casa dell'ambasciatore canadese.

La situazione è pesante per la palese violazione di ogni diritto internazionale da parte degli iraniani, che continuano per mesi e mesi a cercare di scambiare la liberazione degli ostaggi con la consegna dello Scià. Il terrore a Washington è poi che i sei fuggiaschi, di fatto rinchiusi in quella casa in precaria clandestinità, vengano scoperti e alla fine catturati. Occorre un'operazione di liberazione ma molte opzioni vengono scartate da governanti, Pentagono e servizi segreti per l'incertezza sulla riuscita e i mille rischi connessi. Ma la pressione dei media e della popolazione americana è insostenibile: in tutti i Tg si contano i giorni di prigionia degli ostaggi e si invita l'amministrazione a 'muoversi', una buona volta.

Alla fine viene scelta, per risolvere il problema dei sei 'clandestini', un'opzione un po' folle che si basa su un'azione eroica di un singolo agente della Cia, Tony Mendez, che architetta un piano in apparenza assurdo: lui entrerà un Iran fingendo di girare un banalissimo film di fantascienza, 'Argo' appunto, e sarà compito suo convincere gli iraniani della opportunità della sua presenza sul loro territorio e poi istruire a dovere gli ostaggi per sostenere la loro nuova parte di cineasti, giungendo alla fine all'agognato aeroporto, per fuggire dall'Iran. Così, in modo rocambolesco, almeno questi sei potrebbero scamparla.

Non ci attardiamo nella descrizione di tutta la vicenda che, per quanto vera, viene declinata nel film nel modo che serve per costruire una perfetta macchina da spettacolo: Mendez è appunto l'eroe solitario che da solo e contro tutto e tutti manda in porto la 'folle operazione', tutti i fatti si succedono secondo il tipico copione da thriller, con la salvezza che arriva sempre all'ultimissimo secondo, i rischi che tutto salti per un nonnulla, la suspence che ti prende alla gola pur sapendo che, come da copione, tutto andrà bene, alla fine. Girate con enorme maestria, in questo senso, sono le scene all'aeroporto di Teheran, dove avviene tutto quel che deve avvenire ma con modalità di sceneggiatura tali che è impossibile rimanere indifferenti. Il lieto fine, con figurone dell'America e del grande e generoso alleato canadese, deve avvenire dopo mille avversità - si sa - e in questo senso la cura con cui è girato 'Argo' è da dieci e lode.

Forse per mantenersi fedele alla tesi dell'eroe solitario Ben Affleck, belloccio e sornione sotto la barba che sfoggia nell'occasione e dalla recitazione in apparenza persino un po' svagata (ma ovviamente non è così), fa un po' tutto: il regista, il coproduttore, e appunto l'attore protagonista. Al terzo film Affleck mostra tutte le doti di ottimo direttore d'orchestra del thriller d'azione e del crime movie già mostrate in 'The Town' e porta a casa un film cui è difficile fare un appunto in termini di 'costruzione'.

A convincere meno è la visione politica così unilaterale, per cui la grande America trova sempre la sua soluzione a fronte delle crisi internazionali, anche affidandosi a singoli eroi, e quella rappresentazione di tutta la vicenda come una pura lotta tra buoni e cattivi, nella tradizione dei western 'classici' (prima di 'Soldato blu' insomma). Di qui una popolazione iraniana presentata con toni un po' di maniera e appunto il patriottismo di cui gronda il film, senza che questo sia necessariamente inteso in senso tutto negativo.

Ma c'è un terzo aspetto per cui 'Argo' ha trionfato agli Oscar ed è appunto la rappresentazione di una vicenda dove paradossalmente al centro di tutto c'è proprio il cinema, anche se fasullo in questo caso, anzi c'è proprio Hollywood, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma con cineasti pronti a loro volta a mettersi al servizio della buona causa, per cui quel film finto è utile e se per una volta non arriverà nelle sale sarà servito ugualmente a far del bene al Paese. 'Argo' (questo film, non quello finto) si diverte anche a rappresentare con una punta di sarcasmo il mondo di Hollywood e ne fa un ritrattino divertito e talora ironico ma sostanzialmente innocuo e simpatico, che alla fine non poteva non trovare consensi nella 'notte delle stelle'.

Un'America, allora, che celebra un po' se stessa e il proprio cinema in un film. Poteva Affleck non trionfare agli Oscar? Per Lincoln e i suoi dilemmi politici sarà per un'altra volta.

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