Recensione: ‘Ave, Cesare!”

 

Un film dei fratelli Ethan e Joel Coen è di per sé garanzia di spettacolo ma soprattutto di fine e ‘colto’ intrattenimento, una specie di ‘marchio di fabbrica’ che il singolare duo cinematografico americano (non certo l’unico, peraltro, a livello internazionale; si pensi ai Taviani o ai Dardenne) applica ad ogni opera realizzata.

In questo caso tuttavia siamo alle prese con un film un po’ diverso dagli altri, una specie di omaggio, pur non certo privo di sarcasmo, al cinema stesso, fatto proprio da due grandi registi che quel mondo del cinema hanno contribuito a ‘nobilitare’. Qui cinema va poi inteso come Hollywood, tanto che siamo alle prese con i film di genere degli anni d’oro degli studios di Los Angeles, che sono stati protagonisti di quella specie di ‘sogno collettivo’ che per decenni ha dominato il mondo dell’intrattenimento americano e che ancor oggi, debitamente trasformati, conservano un ruolo di assoluto rilievo.

I Coen ci trasferiscono dunque negli anni ’50, nei grandi studios della Capitol Films a Hollywood, e ci raccontano le gesta di Eddie Mannix (Josh Brolin), un singolare personaggio-chiave del mondo dorato della celluloide che ha il compito di preservarne la dimensione di ‘sogno’ e di ‘mito’ per il pubblico e assieme di far funzionare al meglio la macchina economico-produttiva del cinema stesso. La gente deve dunque soprattutto vedere i divi non per quello che sono, con tutte le loro ‘magagne da star’, ma per quel che ‘serve’ alla produzione per mantenere intatto il fascino personale degli attori, oltre a quello collettivo del mondo del cinema.

Mannix passa dunque le sue giornate dentro e fuori i set a ‘risistemare’, ricucire e convincere, ad uso soprattutto del mondo dell’informazione e del gossip, le vite, le gesta e le opere degli attori, delle attrici, dei registi e dei vari protagonisti del cinema, le cui debolezze devono essere nascoste e ‘riparate’ o almeno presentate al pubblico nel modo più opportuno.

Mannix è decisamente tagliato per il suo lavoro, che considera una specie di missione (la stretta fede cattolica gli impone di non deviare mai dalla retta via), e, dopo attenta considerazione sua e della moglie, respinge una mirabolante e straordinaria offerta della Lockheed, che gli propone di abbandonare quel mondo vacuo e virtuale per un altro pieno di promesse concrete, quello dell’aviazione.

Al fascino del cinema non si sfugge ed ecco infatti sfilare, con la scusa dell’ambientazione in quegli anni, lunghe scene (non originali ma nella maggior parte dei casi attentamente ‘ricostruite’) relative ad alcuni dei generi più popolari all’epoca. Vediamo perciò ampiamente riprese relative alle sirenette nell’acqua stile Esther Williams o a un furioso ballo di marinai sui tavoli del bar, stile Gene Kelly. Non vediamo invece un western vero e proprio ma assistiamo al disperato tentativo del regista Ralph Fiennes di far recitare in un altro genere (una specie di ‘sophisticated comedy’) un giovane cow boy che però è un vero ‘cane’ come attore, quando non è a cavallo (si oserà alludere addirittura a tipi come John Wayne? Chissà…) o non gioca con l’infallibile lazo.

Non meglio va con il genere ‘antichi romani’, che sfocia poi quasi nel biblico ‘alla deMille’ con la Crocifissione, anzi qui vediamo un George Clooney sempre vestito da centurione che, ubriaco fradicio, finisce rapito da un misterioso gruppo di sceneggiatori hollywoodiani, che si rivelano poi i detestati comunisti dell’epoca, non privi però di fascino e di buone ragioni per l’ingenuo Clooney, che rientra molto a fatica nei ranghi. Se non fosse che i Coen i comunisti li trattano quasi peggio degli altri e li raffigurano presi da vacui dibattiti ideologici o intenti a salutare da bravi soldatini capitanati da Herbert Marcuse (!) il sottomarino russo che emerge dal mare, a dimostrazione della potenza del Soviet Supremo.

Il sarcasmo su tutti e su tutto quel mondo, dorato solo nella finzione scenica, è dunque la nota dominante del film, come si vede, ma è appunto mescolato all’affetto, a un po’ di nostalgia, alla voglia di credere davvero almeno un po’ a quel che di ‘splendido’ e di ‘memorabile’ si vedeva e si vede sul grande schermo.

Insomma, lo spettacolo (che qui poi è anche un altro ‘classico’, quello del ‘film nel film’) c’è e un cinefilo ci va a nozze. Tuttavia, visto complessivamente, il film non è forse fra i migliori in assoluto dei Coen, denuncia qualche scompenso di sceneggiatura, di situazioni, di personaggi e di costruzione. Come se i due registi si fossero presi una piccola vacanza dalle loro opere ‘maggiori’, divertendo e divertendosi con gli amati film di genere, ma senza poi pretendere di aver realizzato un capolavoro.

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