Recensione: ‘Dobbiamo parlare’

 

Il problema per chi sceglie di fare questo tipo di film è sempre lo stesso: come conciliare e mettere insieme due mezzi così diversi (per molti versi antitetici) come il teatro e il cinema (e il discorso vale in parte anche per la Televisione) senza perdere di efficacia, facendo cioè un ‘buon film’? Un lungometraggio è ‘elastico’ e multiforme: in meno di due ore possono essere raccontate ‘storie infinite’ e vicende complesse che magari si prolungano nel tempo, si narrano tante vicende (anche parallele fra loro), si condensano vite e epoche storiche.

Il teatro invece, a parte la fruizione ‘viva’ che prevede la compresenza di attori e pubblico in una sala (che si ripete poi sera dopo sera in una replica che però non è mai davvero identica), si basa di norma sulla famosa ‘unità di luogo e di tempo’: l’azione si svolge in un numero limitato di ambienti e l’attrattiva principale non è quella della ‘fantasia’ propria dell’opera filmica (con il ruolo fondamentale del montaggio) ma quella della recitazione degli attori e ancor prima della ‘scrittura’ della piéce teatrale, il cui ruolo è evidentemente fondamentale, al punto da poter essere paragonata nei casi migliori anche ai grandi libri della letteratura.

Questa lunga disquisizione serve per capire come un film come ‘Dobbiamo parlare’ sia sì interessante, piacevole e in certi momenti davvero spassoso, come la sceneggiatura del regista Sergio Rubini (un uomo di spettacolo poliedrico e completo) e soci sia brillante e molto efficace, come gli attori siano bravi e a loro volta brillanti (su tutti un Fabrizio Bentivoglio formidabile nei panni di un grezzo chirurgo romano con simpatie di destra) e ciò nonostante il film resti un po’ ‘faticoso’ e magari per alcuni ‘poco digeribile’.

Tutto, proprio come a teatro /ma non al cinema), si svolge infatti in un solo luogo (l’appartamento, in pieno centro di Roma ma non senza magagne, della coppia di scrittori Sergio Rubini - Isabella Ragonese) e in una sola note, quella in cui i due si trovano alle prese con la crisi coniugale della coppia di amici appena più ‘anziani’ di loro, il chirurgo di cui sopra e la moglie (Maria Pia Calzone, ormai giustamente ‘promossa’ protagonista al cinema) che si tradiscono da anni senza neppure che si capisca troppo bene perché ma che fanno esplodere la loro crisi proprio a casa degli amici scrittori.

Il racconto della nottata è assai simpatico, soprattutto perché coinvolge aspetti molto attuali della nostra vita, che spaziano dalla politica (il chirurgo è di destra, la coppia più giovane vagamente di sinistra) al costume (le famiglie allargate, dove onestamente quasi non si capisce più niente, fra parentele vecchie e nuove), al lavoro (il grottesco ‘tradimento’ della Ragonese, che vuole scrivere un ‘suo’ libro, dopo aver sempre solo aiutato il compagno di vita), al ruolo del denaro, che comanda sempre, spesso ai danni di qualsiasi sentimento. Tutto con il tono della commedia e della satira sui personaggi stessi, tanto che si ride parecchio, e appunto di gusto.

Resta il fatto che siamo al cinema e non a teatro e per quanto la regia si sforzi di cercare di superare con il montaggio la ‘negazione’ del mezzo che qui un po’ si compie, in diversi spettatori (anche se non in chi scrive queste note) magari resta un po’ di perplessità. Il tutto aggravato (se vogliamo metterla così) dal fatto che ‘Dobbiamo parlare’ sarà effettivamente a teatro, fra pochi mesi, come volevasi dimostrare.

Ciononostante lo spettacolo è piacevole e divertente, come dicevamo, gli attori sono bravi e convinti e Bentivoglio è quasi da applausi a scena aperta (per rimanere a teatro). C'è la bella idea del 'muto' (ma non del tutto) pesce rosso, con la voce di Antonio Albanese. La produzione è Palomar con Rai Cinema, anche per la versione teatrale.

Infine va detto, per capire il tipo di film con cui abbiamo a che fare, che qualcuno ha citato Polanski e il suo ‘Carnage’. Ma a noi convince di più, visto che siamo nell’ambito del cinema italiano, una ‘raccolta di testimone’ dall’altrettanto brillante film di Francesca Archibugi ‘Il nome del figlio’, uscito solo pochi mesi fa e ugualmente di impianto molto ‘teatrale’, con divertenti risolti, anche in qual caso, di pretto stampo politico.

Pubblica i tuoi commenti