Recensione: ‘Gomorra – La Serie’

Ha debuttato con grande successo su Sky Atlantic e Sky Cinema la serie ispirata al libro di Saviano. Si tratta di una produzione di grande qualità che è stata venduta in molti Paesi e che cambia molto, per esempio, rispetto al film, in una chiave di eccellenza a livello internazionale.

Non ci si aspetti una fiction 'sociale', come in fondo volevano essere il libro di Roberto Saviano e il film di Matteo Garrone, che illustravano le caratteristiche di un territorio devastato come quello di Casal di Principe e della fetta di Campania a cavallo fra le province di Napoli e Caserta e cercavano di capire come in un'area così 'sfortunata' (che coincide, più o meno, con la terribile 'terra dei fuochi') nascesse il dominio della camorra e quali fossero i comportamenti, le logiche, le possibilità di vita, le poche aspettative per un futuro diverso di una popolazione stretta in una morsa micidiale, che non lasciava scampo.

Ecco, 'Gomorra - La serie' non si occupa di questo e sceglie una modalità diversa di racconto, che non evita certo di illustrare le brutture di Scampia o il degrado del territorio che fa da sfondo all'attività delle organizzazioni camorristiche ma non può e non vuole tentare né osare spiegazioni sociologiche o socio-economiche; soprattutto non offre soluzioni. Questa è infatti una vera e propria serie 'crime', di ottimo livello anche su scala internazionale, e si può dire davvero a questo punto che è 'ispirata al libro di Saviano', perché ci sono i clan, gli efferati omicidi, la morsa e la spietatezza della camorra, le logiche dei boss e delle vittime designate, le faide e le vendette, i figli dei capi con i loro comportamenti da bulletti, il sangue che scorre a fiumi, ma non c'è nessuna volontà di 'fare politica' su questo, di cercare di creare le condizioni per un possibile cambiamento, per capirci. Niente voglia né volontà di denuncia, in sostanza, solo, prima di tutto, un intrattenimento di qualità.

Non si tratta di una critica, perché 'Gomorra - La Serie' proprio questo voleva essere e il discorso ci pare persino un po' scontato: una bella e curatissima serie crime di alto livello che potesse qualificare la produzione italiana in questo genere, costituire un'alternativa 'totale' rispetto alle ormai famose 'fiction alla camomilla' denunciate da Virzì, avere un 'respiro internazionale' di prim'ordine che le nostre serie quasi mai hanno, infatti, essere vista, acquistata e apprezzata anche oltreconfine (come è infatti capitato). Insomma, bisognava replicare quel livello di eccellenza che ormai Sky ha scelto come propria 'cifra stilistica' (per giustificare il pezzo dell'abbonamento, s'intende, per prima cosa) e che si è evidenziata finora soprattutto nella produzione dello sport e dei talent.

Per la fiction il riferimento da tenere presente era ben chiaro e non poteva essere che 'Romanzo criminale', nella versione seriale che ne aveva fatto con grande successo Stefano Sollima con Cattleya qualche anno fa. Un'abilissima operazione che aveva abbinato eccellenti capacità di sceneggiatura e regia con la presenza di attori di buon livello ma non 'divi', ad evitare quelle 'personalizzazioni' che invece sono 'vitali', in genere, per la nostra fiction Tv.

Prescindiamo quindi qui completamente dalle polemiche che hanno accompagnato la partenza di questa serie a Napoli e dintorni, slogan di maniera che poco hanno a che fare con le logiche della produzione audiovisiva, specie quella internazionale (del resto, il crimine è sempre stato la fonte di ispirazione principale per tanti film e tantissime serie). Sky voleva, dunque, rinnovare la logica vincente di 'Romanzo criminale', confermando il regista e la società di produzione (la serie è peraltro prodotta stavolta insieme da Cattleya e Fandango e c'è anche la collaborazione con La7 e Beta Film, chiaramente in chiave europea), scegliendo gli attori con la stessa logica dell'opera precedente e allo stesso tempo facendo un vero salto di qualità in direzione dell'eccellenza, appunto in chiave internazionale.

Stando alle prime due puntate che abbiamo visionato con attenzione l'operazione sembra riuscita e il livello di qualità è in effetti elevato, in termini di regia (che Sollima ha voluto parzialmente condividere con Claudio Cupellini e Francesca Comencini), di fotografia (opera di Paolo Carnera), di sceneggiatura (il coordinamento è di Stefano Bises), anche di interpretazione, perché gli attori sono sì poco conosciuti fuori da Napoli ma tutt'altro che dei novellini. Ecco allora all'opera Marco D'Amore, Domenico Balsamo, Fortunato Cerlino, Salvatore Esposito, Maria Pia Calzone, Marco Palvetti e molti altri bravi giovani (e meno giovani) attori.

La trama ti avvince subito e mette in scena i classici del genere: sgarri, boss, dominio spietato sui traffici di droga e ogni tipo business, tradimenti, spiate, lotta durissima fra clan rivali, sparatorie, stragi, con contorno di ragazzate e piccole bravate che possono avere conseguenze devastanti. Se c'è un po' meno sesso, forse, rispetto a 'Romanzo criminale' e meno volgarità (il linguaggio da 'borgataro romano' stavolta non domina la situazione), ci sono fortissimi sentimenti coinvolti in queste vicende, che sono poi quelli 'primari': il rapporto padre-figlio, il legame di sangue e di interesse, la rivalità e la vendetta, la famiglia che costituisce al tempo stesso rifugio e anche luogo di espiazione delle tragedie; ancora, il tradimento e l'onore, la lotta per il potere all'interno dei clan e naturalmente quella senza limiti fra i clan stessi.

Materia caldissima, dunque, che interessa e coinvolge a ogni latitudine, a cui gli sceneggiatori e la produzione hanno messo mano con convinzione, per una serie prevista in dodici puntate di poco meno di un'ora l'una.
Vanno aggiunte l'ambientazione in una Campania livida e crudele, fredda e 'spietata', per nulla colorata e folkloristica, dove sembrano essere rimasti sullo sfondo solo un formale sentimento religioso di maniera e il brusio devastante delle Televisioni, sempre accese e sempre presenti in ogni casa.

Che l'operazione sia piaciuta al pubblico lo dimostrano i dati delle prime due puntate. Al debutto su Sky Atlantic e Sky Cinema martedì 6 maggio c'è stato un boom di ascolti: 658.241 spettatori medi complessivi, il doppio dell'altra grande produzione Sky di prime time legata alla lunga serialità, ovvero appunto 'Romanzo Criminale 2' (la seconda parte della saga), che all'esordio aveva raccolto 358.000 spettatori. La share è del 2% circa, molto per la sola pay-tv.

Napoli meglio di Roma, dunque? Probabilmente sì, nonostante il romanesco sia classicamente più 'cinematografico' del napoletano e infatti qui si fa ricorso ogni tanto a sottotitoli, mentre il linguaggio dei protagonisti probabilmente non soddisferà lo stesso i cultori della lingua napoletana, forse perché troppo comprensibile ed 'elementare' rispetto alla realtà.

In tema di linguaggio audiovisivo, invece, non va dimenticata l'importanza di una indovinata colonna musicale, che non è certo quella dei classici della canzone napoletana e neppure quella scontata dei neomelodici ma fa ricorso a una musica più attuale e 'mista', dove entra anche il rap, per capirci, a illustrare la durezza delle situazioni e delle vicende narrate. Rispetto a 'Romanzo criminale' (che era un'opera più 'corale' rispetto a questa, con la presenza anche di poliziotti quali co-protagonisti, di donne fatali, persino di vicende politiche e servizi segreti, non solo sullo sfondo) ci è parso di cogliere qualche preziosismo in più a livello registico, quasi si volesse essere, in taluni punti dell'opera, meno secchi e sommari. Anche la macchina da presa sembra ogni tanto “respirare un pochino”, senza che si perda né in efficacia narrativa né in fascino e atmosfera.

Sky, in conclusione fa un altro passo per smarcarsi dal livello produttivo medio della Tv italiana, lanciandosi verso una soglia di qualità che reinterpreta e rigenera i canoni e la natura dei generi della stessa Tv generalista. Non crediamo ci sia nulla di paragonabile in Italia nel campo della fiction (pur non disprezzando affatto persino i 'Don Matteo' o i 'Medici in famiglia' e neppure le soap laccate di Mediaset, tutte cose rivolte ad altri tipi di pubblico). Il gruppo pay 'marca il territorio' e al contempo si smarca in una chiave prettamente internazionale, lanciando una nuova sfida: l'intera produzione audiovisiva italiana è avvertita.

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Recensione: ‘Gomorra – La Serie’

Ha debuttato con grande successo su Sky Atlantic e Sky Cinema la serie ispirata al libro di Saviano. Si tratta di una produzione di grande qualità che è stata venduta in molti Paesi e che cambia molto, per esempio, rispetto al film, in una chiave di eccellenza a livello internazionale.

Non ci si aspetti una fiction 'sociale', come in fondo volevano essere il libro di Roberto Saviano e il film di Matteo Garrone, che illustravano le caratteristiche di un territorio devastato come quello di Casal di Principe e della fetta di Campania a cavallo fra le province di Napoli e Caserta e cercavano di capire come in un'area così 'sfortunata' (che coincide, più o meno, con la terribile 'terra dei fuochi') nascesse il dominio della camorra e quali fossero i comportamenti, le logiche, le possibilità di vita, le poche aspettative per un futuro diverso di una popolazione stretta in una morsa micidiale, che non lasciava scampo.

Ecco, 'Gomorra - La serie' non si occupa di questo e sceglie una modalità diversa di racconto, che non evita certo di illustrare le brutture di Scampia o il degrado del territorio che fa da sfondo all'attività delle organizzazioni camorristiche ma non può e non vuole tentare né osare spiegazioni sociologiche o socio-economiche; soprattutto non offre soluzioni. Questa è infatti una vera e propria serie 'crime', di ottimo livello anche su scala internazionale, e si può dire davvero a questo punto che è 'ispirata al libro di Saviano', perché ci sono i clan, gli efferati omicidi, la morsa e la spietatezza della camorra, le logiche dei boss e delle vittime designate, le faide e le vendette, i figli dei capi con i loro comportamenti da bulletti, il sangue che scorre a fiumi, ma non c'è nessuna volontà di 'fare politica' su questo, di cercare di creare le condizioni per un possibile cambiamento, per capirci. Niente voglia né volontà di denuncia, in sostanza, solo, prima di tutto, un intrattenimento di qualità.

Non si tratta di una critica, perché 'Gomorra - La Serie' proprio questo voleva essere e il discorso ci pare persino un po' scontato: una bella e curatissima serie crime di alto livello che potesse qualificare la produzione italiana in questo genere, costituire un'alternativa 'totale' rispetto alle ormai famose 'fiction alla camomilla' denunciate da Virzì, avere un 'respiro internazionale' di prim'ordine che le nostre serie quasi mai hanno, infatti, essere vista, acquistata e apprezzata anche oltreconfine (come è infatti capitato). Insomma, bisognava replicare quel livello di eccellenza che ormai Sky ha scelto come propria 'cifra stilistica' (per giustificare il pezzo dell'abbonamento, s'intende, per prima cosa) e che si è evidenziata finora soprattutto nella produzione dello sport e dei talent.

Per la fiction il riferimento da tenere presente era ben chiaro e non poteva essere che 'Romanzo criminale', nella versione seriale che ne aveva fatto con grande successo Sergio Sollima con Cattleya qualche anno fa. Un'abilissima operazione che aveva abbinato eccellenti capacità di sceneggiatura e regia con la presenza di attori di buon livello ma non 'divi', ad evitare quelle 'personalizzazioni' che invece sono 'vitali', in genere, per la nostra fiction Tv.

Prescindiamo quindi qui completamente dalle polemiche che hanno accompagnato la partenza di questa serie a Napoli e dintorni, slogan di maniera che poco hanno a che fare con le logiche della produzione audiovisiva, specie quella internazionale (del resto, il crimine è sempre stato la fonte di ispirazione principale per tanti film e tantissime serie). Sky voleva, dunque, rinnovare la logica vincente di 'Romanzo criminale', confermando il regista e la società di produzione (la serie è peraltro prodotta stavolta insieme da Cattleya e Fandango e c'è anche la collaborazione con La7 e Beta Film, chiaramente in chiave europea), scegliendo gli attori con la stessa logica dell'opera precedente e allo stesso tempo facendo un vero salto di qualità in direzione dell'eccellenza, appunto in chiave internazionale.

Stando alle prime due puntate che abbiamo visionato con attenzione l'operazione sembra riuscita e il livello di qualità è in effetti elevato, in termini di regia (che Sollima ha voluto parzialmente condividere con Claudio Cupellini e Francesca Comencini), di fotografia (opera di Paolo Carnera), di sceneggiatura (il coordinamento è di Stefano Bises), anche di interpretazione, perché gli attori sono sì poco conosciuti fuori da Napoli ma tutt'altro che dei novellini. Ecco allora all'opera Marco D'Amore, Domenico Balsamo, Fortunato Cerlino, Salvatore Esposito, Maria Pia Calzone, Marco Palvetti e molti altri bravi giovani (e meno giovani) attori.

La trama ti avvince subito e mette in scena i classici del genere: sgarri, boss, dominio spietato sui traffici di droga e ogni tipo business, tradimenti, spiate, lotta durissima fra clan rivali, sparatorie, stragi, con contorno di ragazzate e piccole bravate che possono avere conseguenze devastanti. Se c'è un po' meno sesso, forse, rispetto a 'Romanzo criminale' e meno volgarità (il linguaggio da 'borgataro romano' stavolta non domina la situazione), ci sono fortissimi sentimenti coinvolti in queste vicende, che sono poi quelli 'primari': il rapporto padre-figlio, il legame di sangue e di interesse, la rivalità e la vendetta, la famiglia che costituisce al tempo stesso rifugio e anche luogo di espiazione delle tragedie; ancora, il tradimento e l'onore, la lotta per il potere all'interno dei clan e naturalmente quella senza limiti fra i clan stessi.

Materia caldissima, dunque, che interessa e coinvolge a ogni latitudine, a cui gli sceneggiatori e la produzione hanno messo mano con convinzione, per una serie prevista in dodici puntate di poco meno di un'ora l'una.
Vanno aggiunte l'ambientazione in una Campania livida e crudele, fredda e 'spietata', per nulla colorata e folkloristica, dove sembrano essere rimasti sullo sfondo solo un formale sentimento religioso di maniera e il brusio devastante delle Televisioni, sempre accese e sempre presenti in ogni casa.

Che l'operazione sia piaciuta al pubblico lo dimostrano i dati delle prime due puntate. Al debutto su Sky Atlantic e Sky Cinema martedì 6 maggio c'è stato un boom di ascolti: 658.241 spettatori medi complessivi, il doppio dell'altra grande produzione Sky di prime time legata alla lunga serialità, ovvero appunto 'Romanzo Criminale 2' (la seconda parte della saga), che all'esordio aveva raccolto 358.000 spettatori. La share è del 2% circa, molto per la sola pay-tv.

Napoli meglio di Roma, dunque? Probabilmente sì, nonostante il romanesco sia classicamente più 'cinematografico' del napoletano e infatti qui si fa ricorso ogni tanto a sottotitoli, mentre il linguaggio dei protagonisti probabilmente non soddisferà lo stesso i cultori della lingua napoletana, forse perché troppo comprensibile ed 'elementare' rispetto alla realtà.

In tema di linguaggio audiovisivo, invece, non va dimenticata l'importanza di una indovinata colonna musicale, che non è certo quella dei classici della canzone napoletana e neppure quella scontata dei neomelodici ma fa ricorso a una musica più attuale e 'mista', dove entra anche il rap, per capirci, a illustrare la durezza delle situazioni e delle vicende narrate. Rispetto a 'Romanzo criminale' (che era un'opera più 'corale' rispetto a questa, con la presenza anche di poliziotti quali co-protagonisti, di donne fatali, persino di vicende politiche e servizi segreti, non solo sullo sfondo) ci è parso di cogliere qualche preziosismo in più a livello registico, quasi si volesse essere, in taluni punti dell'opera, meno secchi e sommari. Anche la macchina da presa sembra ogni tanto “respirare un pochino”, senza che si perda né in efficacia narrativa né in fascino e atmosfera.

Sky, in conclusione fa un altro passo per smarcarsi dal livello produttivo medio della Tv italiana, lanciandosi verso una soglia di qualità che reinterpreta e rigenera i canoni e la natura dei generi della stessa Tv generalista. Non crediamo ci sia nulla di paragonabile in Italia nel campo della fiction (pur non disprezzando affatto persino i 'Don Matteo' o i 'Medici in famiglia' e neppure le soap laccate di Mediaset, tutte cose rivolte ad altri tipi di pubblico). Il gruppo pay 'marca il territorio' e al contempo si smarca in una chiave prettamente internazionale, lanciando una nuova sfida: l'intera produzione audiovisiva italiana è avvertita.

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