Recensione: ‘I bambini sanno’

Walter Veltroni realizza con Wilside e Sky un lungo documentario - che non è semplice definire film - in cui 39 bambini intervistati ‘dicono la loro’ sui più vari argomenti, dall’immigrazione all’omosessualità, alla crisi. Quel che sfugge è il senso dell’iniziativa…

 

È stato presentato a Roma in pompa magna - a occhio con ancor più enfasi rispetto al film dello scorso anno su Berlinguer - e si mirava evidentemente da parte di Sky (e non solo) all’evento ‘politicamente corretto’, con l’ex segretario del PD che cercava ancora la conversione definitiva a cineasta e tentava la sua strada, passando dai ricordi politico-nostalgici su una grande personalità come Berlinguer alla spontaneità dei bambini intervistati. Non ancora un film di vera fiction, dunque, ma un documentario molto ‘costruito’, che cominciasse a delineare la personalità di un nuovo ‘autore’, che sicuramente è cinefilo ma prometteva di essere anche un (magari maturo) buon regista, forte di tutta la sua esperienza politica del recente passato e magari pure dell’eredità familiare del padre, ottimo dirigente televisivo.

Purtroppo, se così è, questo docu-film è proprio un passo falso e non sembra sorprendente la scarsa affluenza di pubblico al botteghino. Il lungometraggio è proprio troppo lungo, prima di tutto, e seguire per quasi due ore quasi essenzialmente 39 bambini che rispondono a domande sui più vari argomenti è già pretendere un po’ troppo dal pubblico.

Qual è poi la tesi dell’opera? Si stenta a capirlo ma sembra di intuire che sia quella che si dovrebbe tornare a essere (noi adulti) un po’ più bambini, perché loro danno risposte alle cose, alle situazioni, ai problemi, più spontanee, vere e reali rispetto a tutti i nostri pre-concetti di ‘persone mature’. Se questo è (perché si stenta appunto a capirlo dal film), si tratta di una tesi fin troppo scontata, un po’ raffazzonata, quasi ingenua rispetto alla realtà, una costruzione un po’ di comodo in cui l’infanzia è un pianeta felice non ancora guastato dai germi della crescita, che ti fa scontrare per forza con la società degli adulti.

Il film è costruito a episodi, contrassegnati in apertura da vignette di Altan: si parte con il banalotto (i ‘fidanzamenti’ dei bambini che imitano gli adulti a modo loro) e si passa poi ad argomenti seri, che vanno dall’immigrazione alla crisi, dalle difficoltà familiari sempre più frequenti fino all’omosessualità, su cui i bambini hanno varie tesi, magari più aperte di quelle degli adulti.

A contrappuntare le risposte dei 39 bambini (ripresi nel loro ambiente domestico e, per carità, attentamente scelti rispetto a una quantità di loro coetanei intervistati in partenza) ci sono solo ogni tanto alcune immagini riferite a quanto da loro evocato (tipo il topo nel caso del campo rom) e scene spesso di pretta marca cinefila (come in apertura, con una rassegna di alcuni film sull’infanzia), con particolare riguardo alla corsa del giovane Marius (bambino rom alla scoperta per la prima volta del mare, situazione che sembra evocare ‘I 400 colpi’ di Truffaut).

Ci sono poi - va detto - alcune riprese molto belle e persino poetiche, come quelle a bordo d’acqua (nel caso di Marius e in quello dei tuffi dei bambini), con la macchina da presa insieme sopra e sotto il mare, un artificio di linguaggio molto efficace e valido dal punto di vista espressivo.

Alla fine poi, tanto per citare le cose migliori che ci sono nel film, ecco in successione le foto da bambini di molte delle persone che più hanno collaborato all’opera, dallo stesso Veltroni ai dirigenti di Wilside, che assieme a Palomar (ed ecco Degli Esposti) hanno realizzato l’opera per conto di Sky (c’è quindi anche Zappia quand’era ‘junior’).

Il resto è proprio solo interviste ai bambini, con Veltroni che, discreto e fuori campo, elabora le domande e fa qualche osservazione. Spunti ce ne sarebbero (perché raccontare il punto di vista dei bambini, di varie etnie e razze, sulla crisi o sull’immigrazione o sulle famiglie ‘grandi e complicate’ è sicuramente interessante), in effetti. Tutto però si perde nella lunghezza eccessiva, nella mancata elaborazione delle storie, in un po’ di eccesso di retorica, alla fine nell’irrilevanza stessa di tutta l’operazione (e confessiamo anche una certa noia per via della monotonia di un film davvero troppo lungo).

Non sono in gioco i buoni propositi, s’intende, però è un film che non ha una costruzione, un filo conduttore, una tesi vera da esporre, neppure un racconto esemplare da approfondire. Ci sono tante ‘figurine’, alcun davvero notevoli, come le due gemelle inseparabili di cui una (la più vivace, un po’ paradossalmente) è affetta da sindrome di Down, il matematico genio precoce che paga però la sua natura con l’isolamento e gli sberleffi degli altri, il bimbo rom, appunto, il figlio di immigrati che cerca e magari trova l’integrazione.

Un’opera d’autore è però - ci pare - un’altra cosa e Veltroni su questo piano non ce la fa. Se Berlinguer era pane per i suoi denti e quel film aveva un suo valore, qui le buone intenzioni restano tali e non si va alla fine da nessuna parte, dando la sensazione di una costruzione sbagliata, che mescola troppi piani (cos’è un docufilm, per capirci?) senza sceglierne alcuno e quindi senza concretizzare nessuna delle opportunità pur presenti nel tanto materiale girato.

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