Recensione: ‘Il comandante e la cicogna’

Parlano le statue nell’ultimo film di Soldini, soprattutto quella di Garibaldi. E commenta una realtà che vede dall’alto e che lo sconcerta sempre più. Ma nella folla si nascondono alcuni simpatici ‘perdenti’, che vale la pena di conoscere. Un Soldini ‘minore’, non sempre ‘ispirato’…

Diciamo la verità, chi conosceva Silvio Soldini (fratello del velista Giovanni) prima del celebratissimo e 'vincente' (da ogni punto di vista) 'Pane e tulipani' (del 2000)? E chi ricorda le opere successive, pur spesso interessanti?
Eppure Soldini ha cominciato a fare film negli anni '80 ma fino a 'Pane e tulipani' era rimasto patrimonio di un'élite. Autore colto e raffinato, aveva trovato un'imprevista popolarità con quel film 'magico', in cui la sua attrice-icona e compagna di vita Licia Maglietta duettava in modo magistrale con un bravissimo Bruno Ganz.

Era oggettivamente difficile replicare, eppure Soldini non si è risparmiato. Sono di questi ultimi anni (dal 2000 in poi), fra l'altro, 'Agata e la tempesta' (ancora con la 'magica' Maglietta, che infatti fulminava le lampadine al suo passaggio), il più noto 'Giorni e nuvole' (con Albanese che perdeva improvvisamente il lavoro e il benessere) e persino 'Cosa voglio di più', un 'quasi erotico' in cui Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, entrambi sposati, cedevano alla passione e all'avventura dopo un fortuito incontro.

A Soldini probabilmente nuoce non avere scelto un genere fisso e personale in cui specializzarsi. Le sue opere sono sì “d'autore” ma anche, di volta in volta, sogno, visione surreale, commedia, introspezione sentimentale e molto altro.

Anche questo 'Il comandante e la cicogna' (distribuito dalla Warner Bros) è diverso dai film precedenti e in parte però li ricorda anche, non fosse altro per la presenza di attori amati da Soldini: non (purtroppo) Licia Maglietta ma Giuseppe Battiston e ancora Alba Rohrwacher. Ma il protagonista più importante (una bella prova d'attore, l'ennesima diremmo) è Valerio Mastandrea, vedovo con due figli adolescenti alle prese con mille problemi, ovviamente, e che pensa di risolverli indicendo periodiche riunioni serali. A Mastrandrea la moglie, morta improvvisamente al mare, manca al punto da pensare di poter parlare ancora con lei (una Claudia Gerini sempre in bikini, come al momento del decesso) di quanto accade a lui e alle due 'creature'.

Non è l'unico punto surreale del film, perché ci sono anche le statue di Garibaldi e altri vari personaggi che parlano e commentano con mestizia l'umanità che vedono dall'alto dei loro piedistalli, con i suoi assurdi comportamenti. Garibaldi ce l'ha in particolare con il busto del “Cavalier Cazzaniga”, che osserva la realtà con occhiali simil-leghisti ed entra in conflitto con lui, che però finisce alla fine decapitato. L'idea non sembra però troppo felice e gli spunti comici restano un po' fini a se stessi, senza realmente divertire né aggiungere qualcosa al film

Film che invece è più felice nel fare i ritrattini di tanti singolari personaggi, soprattutto quelli ingenui e 'perdenti' come Mastandrea stesso (che si fa tarlupinare da un viscido Zingaretti, avvocato e mestatore), o come l'artista squattrinata Rohrwacher e ancora Battiston, che contesta la società radicalmente e riesce a non lavorare ma per campare lucra poi sulla differenza d'affitto della casa che possiede rispetto a quella in cui abita, ai danni della povera Rohrwacher, da cui esige con una certa spietatezza l'affitto attuale e arretrato. Poi c'è il ragazzino tredicenne figlio di Mastandrea, che vive a sua volta in un mondo tutto suo e ha per amica una cicogna, che va a inseguire persino in Svizzera.

Sono figure delicate, seguite con tenerezza da Soldini, che sembrerebbe voler dare l'idea che in quel mondo impazzito che Garibaldi osserva severo dall'alto ci sia ancora qualcuno su cui vale la pena puntare qualche carta, figure anomale e 'fuori dai giochi' che però umanamente sono ancora autentiche e non corrotte.

A difettare però è uno stile omogeneo per tutto il film, una sceneggiatura più attenta alle sfumature (per dire, la figura del Battiston “anarchico” e al tempo stesso un po' strozzino poteva essere illustrata meglio) e un tocco felice di regia. Incerto fra la psicologia e la satira, la realtà e il sogno (la città in cui si svolge tutto sembra Torino, per dire, ma non è neppure sicuro né dichiarato), la critica sociale e la commedia leggera, Soldini lascia alla fine un po' sconcertati. Si esce dal cinema con l'idea che questo film sia, alla fine, più che altro un abbozzo di qualcosa che poteva sicuramente essere meglio.

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