Recensione: ‘La pazza gioia’

 

Avevamo lasciato Paolo Virzì alle prese con un bel giallo, un coinvolgente ‘noir’ ambientato in una spietata Brianza, in apparenza così lontana dalla sua solare Toscana. Era ‘Il capitale umano’ e quel film era anche un’indagine attenta e implacabile su quella parte del Paese, sulle sue magagne e sui suoi inconfessabili segreti, nel tragico clima di euforia e di denaro facile creato dalla finanza speculativa. Ed ecco che il ‘nuovo re’ della commedia all’italiana dopo Monicelli aveva dimostrato di saper fare anche un ‘altro cinema’, sempre bello e curato, ma con un taglio non necessariamente ‘comico’, secondo i canoni del genere.

In questo caso, invece, Virzì torna nella sua Toscana e sceglie toni ancora diversi, tanto che non è neppure facile classificare il film in un genere. Forse si potrebbe parlare per ‘La pazza gioia’ di ‘commedia sentimentale’, ma va detto che se lo stile è brillante e vivace come di consueto, nel film si ride ben poco, mentre la storia è dolente, tragica, pienamente coinvolgente, tanto che ci si commuove molto alla fine e senza alcun ‘effetto speciale’ ma per l’autentica ‘partecipazione’ alle terribili difficoltà della vita delle due protagoniste.

Virzì ha realizzato un’opera tenera e sincera, giocata sui sentimenti ma con il crisma dell’autenticità e non è un caso che accanto a lui stavolta ci sia stata una regista e sceneggiatrice che i sentimenti ha già saputo descrivere in modo delicato e efficace, ovvero Francesca Archibugi. Siamo in una villa-casa di cura sulle colline pistoiesi e ne sono ospiti donne vittime di un disagio psichico (sfociato anche nel crimine), che hanno perso il loro ruolo nella società, che non sembrano avere più opportunità né possibilità di ‘rientro’, perché (scopriremo poi) l’impossibilità di amare e essere amate le ha perdute, fino a farle naufragare in un mondo immaginario, in un’area che confina con quella della follia.

Questo vale almeno per le nostre due protagoniste, relegate ai margini della società, appunto a Villa Biondi, due donne che a prima vista non potrebbero essere più diverse: una, Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi), è in apparenza una pazza isterica e logorroica, che vaneggia (ma non troppo, si scoprirà poi) di famiglie ricche e nobili e di ‘bella vita’ nell’alta società; l’altra Donatella (Micaela Ramazzotti, come noto moglie di Virzì) è una proletaria sfortunata e senza speranze, la cui sola ricchezza è un figlio amatissimo ma di cui ha perso la potestà, proprio per il suo inaffidabile comportamento.

Cosa possono avere in comune le due donne? Niente in apparenza, tanto nella sostanza, perché ad entrambe manca soprattutto qualcuno che le ami e la solidarietà femminile allora può fare tanto, dando un senso a vite così sfortunate e ‘residuali’.

Tutto questo lo scopriremo, grazie a Virzì, passo per passo, grazie anche a una fuga in auto dalla villa ‘stile Thelma e Louise’ delle due donne, che hanno l’occasione di entrare l’una nella vita dell’altra e di scoprirsi simili nella tragica e sfortunata sorte, al di là di qualsiasi differenza sociale. L’amicizia e la solidarietà sembreranno allora, nel commovente finale, l’unica possibilità di autentica ‘redenzione’.

Questo è un piccolo riassunto di un’opera tenera e delicata, dicevamo, in cui la commedia è appena accennata, mentre lo spietato ritratto della società che ha condannato le due donne è condotto con ‘piccoli tocchi’, facendo comparire in brevi e illuminanti frammenti quanti hanno condiviso in precedenza la loro vita: genitori e partner inaffidabili, persone amate ma che non le hanno a loro volta amate, abbandonandole al loro tragico destino.

Viene in mente a questo punto tutta la tematica del disagio psichico, con tutte le sue variabili, che il cinema e la fiction hanno trattato in varie occasioni, vengono in mente i temi della psichiatria e dell’anti-psichiatria di Basaglia, della famosa Legge 180, persino quelli legati alle complicate modalità con cui la legge regola il tema dei reati commessi in relazione a situazioni di disagio mentale e sociale (si pensi alla terribile realtà costituita anni fa dai manicomi criminali e, in diversi casi, dai manicomi in quanto tali).

Ma il film non vuole essere un’analisi profonda di questo tema (anche se pare che alcuni degli attori che interpretano i ‘matti’ di Villa Biondi siano autentici ospiti di questo tipo di strutture), perché concentra l’attenzione sulle due protagoniste e sulle loro dolenti storie: per questo era fondamentale una scelta ‘giusta’ delle due attrici e Virzì costruisce infatti il film su di loro e sulle loro caratteristiche, anche fisiche; se da una parte Valeria Bruni Tedeschi indovina l’interpretazione più bella della sua carriera (il personaggio, peraltro, è ideale per lei e Virzì si toglie pure lo sfizio di fare interpretare la nobile e facoltosa madre dalla vera madre di Valeria, Marisa Borini), dall’altra Micaela Ramazzotti trasferisce con vigore e partecipazione il suo classico personaggio della ‘coatta’ da Roma alla Toscana, indovinando pienamente a sua volta toni e sfumature.

Se non bastasse, Virzì sa usare in modo splendido anche gli attori

dei ‘cammei’, a partire da un Marco Messeri mai così vero e autentico nella sua breve apparizione e passando persino per Anna Galiena, che se la cava bene in una parte per lei ingrata.

Complessivamente, un film riuscitissimo e indovinato fin dal titolo. Ma ci sono altri due aspetti che non possiamo non esaminare in breve.

Il film è anche un piccolo viaggio di Virzì nella sua amata Toscana: riconoscibilissimi e citati sono Montecatini e la sua stazione e il giro prosegue fino a Viareggio e alla sua passeggiata liberty, non senza una tappa sulla aspra costa livornese, quella del ‘Sorpasso’.

E proprio le citazioni cinematografiche sono l’altro aspetto evidente e caratteristico del film. Di ‘Thelma & Louise’ abbiamo detto, ‘Il sorpasso’ è forse il riferimento più forte e vistoso ma ce ne sono altri, tanto che, incontentabile, Virzì si toglie pure lo sfizio di far vedere una incauta troupe cinematografica all’opera nella villa della mamma di Valeria Bruni Tedeschi.

È proprio un’auto sportiva di scena a dare lo spunto a Beatrice e Donatella di darsi alla pazza gioia. E noi con loro, con la colonna sonora di Gino Paoli in ‘Senza fine’. Una meraviglia.

There is one comment

  1. Pamela

    Non so se mai potrà arrivare al regista ciò che sto per scrivere, vorrei ringraziarlo dal profondo del cuore per aver fatto un capolavoro, sceneggiatura e regia perfette, interpretazione delle protagoniste magistrale. Evviva il cinema italiano!

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