Recensione: ‘La vita di Adele’

Un film lungo, intenso, commovente. A fare sensazione sono state le scene di sesso lesbico ma sono solo una delle componenti di un’opera che illustra con una rarissima adesione al reale la vita di una ragazza sfortunata, che non riesce a trovare il suo posto nella società.

Arriva in Italia, con un leggero ritardo rispetto alla Francia e grazie alla Lucky Red, la Palma d'Oro al festival di Cannes 2013, l'ormai famoso 'La vita di Adele', molto ben accolto nelle sale francesi e pervenuto ad una (triste) fama anche da noi per le varie sequenze di sesso lesbico, oltre che per le dichiarazioni delle due interpreti (anch'esse premiate a Cannes), che hanno accusato il regista, il franco-tunisino Abdellatif Kechiche, di aver creato sul set un clima tremendo e in sostanza invivibile, quasi di sadismo nei loro confronti, comprese naturalmente le citate scene di sesso, manco a dirlo non facili da 'interpretare'.
Insomma, molto gossip, che non rende giustizia a un film mirabile, di rarissima intensità e di quasi maniacale adesione alla vita reale, che ha vinto a Cannes - riteniamo - con pieno merito.
Kechiche fa capire subito cosa vuole dall'attrice interprete di Adele (alla quale in effetti non si può non esprimere, per certi versi, 'solidarietà') ovvero Adele Exarchopoulos (non a caso il nome è lo stesso), cui fa da 'contraltare' Lea Seydoux, rampolla di cotanta stirpe, fra l'altro (e pensando ai Seydoux si pensa al cinema, non solo in Francia). In sostanza il regista inquadra Adele sempre in primo piano, le incolla addosso la macchina da presa fin dalle prime inquadrature e non la molla più, chiedendo e pretendendo dall'attrice non un'interpretazione ma una 'trasformazione', si direbbe: l'attrice Adele diventa la Adele del film e deve vivere proprio la vita del suo personaggio, quella del titolo. Non ci sono alternative e per un'attrice la sfida è durissima, tenendo anche conto della pignoleria (pare) di Kechiche, che, manco a dirlo, vuole il massimo da ogni inquadratura.
Ma ha ragione lui, perché il risultato finale (il film) è qualcosa di un'intensità, di una passionalità, di un'adesione al vero che al cinema si sono viste davvero di rado. E la capacità e la passione nel racconto sono tali che le tre ore di durata del film (altra rarità) non pesano assolutamente nello spettatore, che si ritrova a sua volta 'dentro l'opera', a viverne ogni emozione e passaggio narrativo.
La trama è presto detta: troviamo Adele ragazza quindicenne in un liceo del Nord della Francia, già a disagio a quell'età, per la stupidità e la cattiveria dei compagni di scuola, che pretendono di sapere cosa abbia in animo coi ragazzi, se 'l'abbia fatto' o no, con chi l'abbia fatto e come sia andata. Adele si concede per prova a un ragazzo ma capisce che non è quella l'esperienza che le piace; sempre per sperimentare qualcosa della vita, si ritrova in un bar gay-lesbico e qui conosce la già intravista Emma (Lea Seydoux), più adulta di lei in ogni senso, artista creativa lesbica, da cui si sente fortemente attratta.
Al liceo va malissimo: i compagni di scuola la sfottono perché 'è andata nel bar gay' e lei si deve difendere, come sempre, perché l'essere 'diversa' non è ammesso facilmente e diventa oggetto di dileggio. Adele si difende con disperazione ('Non sono lesbica, come ve lo devo dire!') ma sa che non servirà e sa anche di mentire pure a se stessa.
Non va meglio in famiglia: i genitori sono brave persone, tutto sommato, ma non si può certo raccontare loro la verità: Adele porta a casa l'amata Emma, con cui nel frattempo ha iniziato una intensissima relazione fatta però più di attrazione fisica che di condivisione di vita e di complicità intellettuale, ma deve per forza presentarla come un'amica, con un suo fidanzato. Anche qui, insomma, niente comprensione e solidarietà.
Né va meglio con la comunità gay-lesbica: Adele, che nel frattempo è cresciuta ed è andata a convivere con la compagna, va anche ai 'gay-pride' e fa da mangiare (curiosamente spesso pasta 'alla bolognese') per i tanti artisti gay amici di Emma, ma capisce di non essere a suo agio neppure con loro: a lei interessa poco combattere per le loro cause e non si sente attratta dai vaghi intellettualismi degli amici di Emma, vuole solo amore e sesso e stare con lei, perché è una ragazza semplice, affamata di vita, di cibo, soprattutto bisognosa di tanto affetto e comprensione.
Ad Adele non a caso piacciono i bambini, ama la loro semplicità e la loro spontaneità e allora intraprende la carriera di maestra elementare.
La vita procede ma una relazione basata soprattutto su una fortissima attrazione fisica mostra presto la corda: Emma pensa alle sue opere e al suo mondo artistico, Adele si sente un po' trascurata e si concede distrattamente ad un collega di scuola, solo per 'cambiare un pochino'.
Ma Emma, pur a sua volta già innamorata di un'altra, la prende malissimo e la caccia di casa, lasciandola distrutta e in lacrime (una scena davvero tremenda del film), incapace di trovare non solo un'altra casa ma neppure un suo posto nel mondo.
Adele, ormai adulta, non ne uscirà più e, pur continuando a vivere una vita in apparenza normale, inseguirà sempre inutilmente l'amore perduto, che riincontrerà, infatti - perché il mondo va ugualmente avanti - , senza però per questo risolvere in alcun modo la situazione.
Una storia di disagio e di inappagata ricerca d'amore che lo spettatore segue momento per momento, grazie appunto al tipo di inquadrature di Kechiche, che non si stacca mai dal primo piano di Adele e dalla sua aria imbronciata e eternamente assente, con la voglia di essere sempre altrove, di incontrare persone diverse, per riuscire a dialogare con loro, a trovare finalmente terreni comuni, per non sentirsi ancora una volta fuori posto. Non è tanto timidezza, è forse la famosa 'impossibilità di essere normale', in una società che non la soddisfa e non la capisce, che procede per schemi e che le è sempre ostile. Adele piange sempre, non sa cosa fare, quando si ritrova completamente sola, stenta ad andare avanti nella vita ma magari, con tanta fatica, ci potrà anche riuscire.
Kechiche - si diceva - chiede a Adele Exarchopoulos un'operazione terribile - essere e vivere davvero le sensazioni della Adele del film - ma ottiene un risultato mirabile, coglie in pieno la chiave di una pellicola che guida anche lo spettatore nel mondo di Adele, che è terribilmente reale, lo porta a vivere da vicino le sue stesse sensazioni.
C'è tanto cibo in 'La vita di Adele', cibo come elemento fondamentale della vita, e ci sono alcuni intensi minuti di sesso, per l'appunto, non erotismo, non spettacolo, tantomeno - assolutamente - pornografia, ma realtà della vita, momento di consolazione di Adele, che in esso (nella sensazione del piacere totale e assoluto con la compagna di vita) ritrova il sogno di un'esistenza finalmente appagata. Ma è un sogno e la dura realtà della vita la farà ricredere ben presto.
Si esce emozionati davvero dalla visione di questo film, che nella sua intensità nasconde ascendenze letterarie (Marivaux, in particolare) e uno studio intento e accurato del linguaggio da usare. Ispirata al romanzo grafico 'Il blu è un colore caldo' di Julie Maroh, questa è l'opera di un regista 'importante' che potrebbe essere in effetti un po' l'incubo dei suoi attori ma al pubblico potrebbe dare anche in futuro altri film memorabili.

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