Recensione: ‘Perfetti sconosciuti’

 

Sta ottenendo un successo forse inaspettato alla vigilia questa commedia italiana di Paolo Genovese (noto per ‘La banda dei Babbi Natale’ con Aldo, Giovanni e Giacomo e per i film della serie ‘Immaturi’), che pareva invece, stando ai promo che avevamo visto a suo tempo, una poco originale variazione sul tema ‘corna e affini’, aggiornata stavolta grazie al fatto che era imperniata sui nostri cellulari e sui loro segreti ‘svelati in pubblico’, per via di un gioco fra amici a cena.

L’impressione superficiale però si è rivelata sbagliata, perché il film ha una chiave vincente rispetto ad altri lungometraggi, che è quella di una sceneggiatura molto attenta e non banale, che riesce a convincere persino su un doppio registro: la prima parte del film infatti è assolutamente comica e fa ridere di gusto, con un umorismo molto efficace ma mai ‘plateale’, a tratti persino decisamente fine; la seconda parte, senza stridere affatto con la prima, vira invece sul versante drammatico (non melodrammatico, sia ben chiaro) ed è ugualmente efficace.

Drammatico, sì, perché il gioco di un gruppo di vecchi amici a cena, che accettano riluttanti di rendere pubblici i messaggi dei propri cellulari e di mettere in viva voce le telefonate di quella sera, sfugge di mano a tutti e rivela quel che era meglio non sapere, per mantenere integri i rapporti: piccoli e grandi segreti che rivelano la ‘faccia nascosta’ dei commensali, tanto che molti rapporti anche familiari ‘scoppiano’, persino, in un caso, sull’onda di un equivoco, o meglio di uno scambio maldestro di cellulari.

La materia si prestava appunto a sviluppi da pochade o a ‘scene madri’ molto plateali ma Genovese e i suoi sceneggiatori sono stati molti abili, tenendo saldamente dritta la barra.

Naturalmente un lungometraggio di questo tipo, di effettivo impianto teatrale (tutto si svolge in una sera a cena, a casa di uno degli amici), rischiava anche da un punto di vista essenzialmente ‘cinematografico’ (il teatro non è il cinema, si sa, anche se quest’anno, stranamente, abbiamo visto diversi film italiani con questa impostazione), ma anche questa volta i dialoghi brillanti e l’attenta scelta degli attori rendono il film molto godibile.

Il gruppo degli interpreti è appunto ben assortito: Marco Giallini rende bene un sornione ma saggio (capisce bene i piccoli drammi adolescenziali della figlia) padrone di casa, mentre Kasia Smutniak è forse meno credibile come psicologa-psicanalista non in grado di gestire i propri problemi, ma alla fine se la cava anche lei. Molto simpatica e ‘sottile’ l’interpretazione di un Edoardo Leo sempre più convincente, mentre Alba Rohrwacher rende bene il personaggio della ‘dolce mogliettina tradita senza motivo’ (o almeno così sembra, perché i margini di ambiguità sono mantenuti alti, con saggia scelta di scrittura).

Bravo anche Giuseppe Battiston, ‘gay in incognito’, senza dimenticare Valerio Mastandrea e Anna Foglietta.

Oltre alla scelta di alternare in modo inaspettatamente efficace situazioni brillanti e drammatiche, il film ha anche una conclusione non banale, quando al termine di una serata così ‘tragica’, tutti scelgono (o almeno sembra, anche qui, perché potrebbe anche essere stato tutto un sogno) di dimenticare tutto quel che è accaduto e di conservare ruoli, convenienze sociali, situazioni familiari, oltre a tutti i rispettivi piccoli grandi segreti. Come a dire che forse è meglio non giocare a quel gioco, che l’ipocrisia è meglio della verità, troppo pericolosa per la nostra vita sociale. E anche questa amara ‘sentenza’ ha il sapore di una credibilità e di una ‘verità’ che fanno riflettere.

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