Recensione: ‘Revenant – Redivivo’

 

Siamo negli anni Venti del diciannovesimo secolo nella parte più a Nord del continente americano e qui la natura regna ancora selvaggia: freddo, neve, grandi fiumi, foreste, tundra e assieme grandi alture, pericolosi anìmali selvaggi, tribù indiane di ogni tipo caratterizzano questo territorio davvero poco ospitale, dove è difficile vivere, specialmente per chi viene qui in cerca di fortuna. È il caso di alcuni personaggi ‘bianchi’ capitati qui per i motivi più diversi ma in buona misura accomunati dalla volontà di fare un po’ di soldi e poi possibilmente andarsene. Ci sono soldati, esploratori, cacciatori di pelli, mercenari che solcano zone ancora sconosciute per cercare di trarne qualche profitto.

In un simile contesto i sentimenti che animano questi personaggi non possono che essere ‘estremi’: vivono tutti in un’eterna situazione di pericolo che esalta e rende furiose passioni, rivalità, rancori, lotta per sopravvivere e per fare soldi.

Molti sono così ma non Hugh Glass (Leonardo Di Caprio), che conosce bene e sembra amare questa terra impervia, anche perché qui ha avuto un figlio (che è con lui dopo la morte della madre) da un contrastato eppure intenso amore con una donna indiana. Glass deve riportare una compagnia di soldati carica di pelli nel suo forte evitando gli attacchi delle tribù di indiani selvaggi e scegliendo il percorso più opportuno ma proprio per questo anche meno ‘battuto’ e quindi più arduo e pericoloso, fuori dal comodo ‘grande fiume’.

Ma lungo la strada un grizzly furioso (anzi una ‘mamma orsa’ preoccupata per i suoi piccoli) lo riduce davvero male e per i superstiti della compagnia si pone subito il problema di riuscire a trasportare anche lui, dopo averlo ricucito in qualche modo, fino alla meta. L’impresa ha dell’impossibile e infatti alla fine si decide di lasciarlo, in fin di vita, assieme a pochi uomini scelti e al figlio e di lasciar andare via gli altri superstiti, in cerca di salvezza.

È qui che comincia la lotta corpo a corpo e colpo su colpo di Glass con Fitzgerald (un ottimo Tom Hardy), un losco figuro che resta accanto a lui ma con l’idea di finirlo a fucilate, di uccidere anche il figlio e l’altro giovane soldato rimasto con loro, intascando poi ugualmente la sommetta in palio per il ‘servizio’ prestato.

Non andiamo avanti con la trama se non per dire che tutta la vicenda assume a questo punto toni epici ed estremi, in sintonia con il paesaggio, a simbolizzare anche i sentimenti universali dell’uomo, quelli propri della nostra reale natura, che emergono fatalmente nella inevitabile lotta per sopravvivere in queste condizioni ‘impossibili’.

Si potrebbe dire che tutto così è decisamente ‘al limite’, che il racconto ha toni quasi shakespeariani, senza dimenticare, come da titolo, che Glass, dato da tutti per morto, riesce invece a ‘resuscitare’ e attraverso mille peripezie e imprese incredibili, si pone come unico scopo quello di raggiungere e ammazzare Fitzgerald, che nel frattempo gli ha ucciso l’amato figlio meticcio.

Il film dura ben due ore e mezza e il racconto, basato - si dice - su una storia vera e sicuramente sul libro omonimo di Michael Punke, è avvincente e ‘maestoso’, il paesaggio straordinario, lo stile impareggiabile ed efficacissimo, con riferimenti al western e ai grandi film d’avventura, mutuati qui in metafore sulla vita, l’amore, l’odio, l’avidità, la passione, il tradimento, la vendetta e tutti i sentimenti e le passioni più ‘alte’ proprie dell’uomo. Il film non a caso si candida a diversi Premi Oscar, come era già avvenuto per il regista Alejandro Gonzalez Inarritu (che ha però ‘ereditato’ il film dopo precedenti fallimenti in termini produttivi) con il suo recente ‘Birdman’.

Però siamo all’estremo opposto di quel film, una straordinaria riflessione sul teatro, il cinema e lo spettacolo, una vera acrobazia stilistica perché girato tutto in piano-sequenza, ma anche una pellicola molto ‘intellettuale’, complessa, di non immediata comprensione.

Ad accomunare invece le due opere c’è la sensazione di due ‘sfide’ dai toni diversi intraprese e vinte dal regista. In ‘Birdman’ era appunto quella di riuscire a realizzare un intero film in piano-sequenza, qui è quella di girare in condizioni impossibili per troupes e attori, di vincere dunque un’altra scommessa. Sarà anche un po’ ‘promozionale’ la leggenda che accompagna ‘Revenant’, ovvero quella delle spaventose traversie che hanno accompagnato in esterna la produzione nelle zone inospitali americane in cui il film è stato girato, fino al punto di provocare ‘grida di dolore’ e di protesta da parte delle maestranze nei confronti del loro ‘aguzzino’ Inarritu, ma chi guarda il film può constatare quanto ‘vera’ sembri in effetti tutta l’ambientazione e quanto reali appaiano gli sforzi e le imprese del bravissimo e straordinario Di Caprio (una fra le tante, per dire, è riuscire davvero ad accendere il fuoco senza fiammiferi ma solo con i legnetti) e di tutti gli altri.

In un quadro che ha i toni ‘estremi’ che Inarritu ha voluto dare a tutta l’operazione spiccano due scene. La prima, che potrebbe diventare leggenda, è quella della lotta in piano-sequenza fra Di Caprio e l’orsa, così perfetta da sfiorare l’incredibile; l’altra, dai toni apocalittici e simbolici, è quella del cavallo che viene svuotato in pochi secondi del cuore e di tutte le sue interiora perché Glass possa ripararsi sotto la sua pelle dai nemici e dalle intemperie, salvandosi ancora la vita.

Un film di una spettacolarità altissima, dalla resa straordinaria, un’impresa cinematografica di prim’ordine.

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