Recensione: ‘Youth – La giovinezza’

Chissà perché, di fronte a un film di Paolo Sorrentino c’è sempre qualcuno in Italia che storce il naso. Che Sorrentino sia un ‘mago della macchina da presa’ dovrebbe essere ormai pacifico, che appartenga alla ristretta categoria dei ‘grandi maestri’ del nostro cinema, riconosciuti a livello internazionale, in una tradizione italiana che tanto ha dato in un passato che non è affatto remoto, dovrebbe essere accettato con vero piacere nel Paese che gli ha dato i Natali. Ma persino ‘La grande bellezza’, il film che due anni fa abbiamo sostenuto con vigore su queste colonne e che ha trovato una consacrazione internazionale agli Oscar che parla da sola, è stato a suo tempo attaccato da una parte dei critici e dei commentatori, incapaci forse di riconoscere il vero talento artistico o ostili a Sorrentino per chissà quali altre ragioni, o magari in preda a puro snobismo.

Due anni fa scrivevamo, più o meno: se solo Sorrentino imparasse a controllare appena un po’ di più il proprio estetismo, se non volesse controllare ogni inquadratura al millimetro, sarebbe perfetto. Naturalmente il ‘difetto’ è tale solo per modo di dire e la perfezione forse non esiste neppure. Un vero ‘artista del cinema’ invece ce l’abbiamo per davvero e lo dimostra anche questo film, di grande respiro internazionale, coprodotto com’è da Medusa per l’Italia e da varie società di molti altri Paesi, forte poi di un cast stellare che trova il grande mattatore stavolta in un superlativo Michael Caine, che, insomma, farebbe il film anche da solo.

Ma Sorrentino ha voluto metterci due altre perle: un formidabile Harvey Keitel e un intervento ‘in tono’ di Jane Fonda, che con grinta (e accettando persino di imbruttirsi all’eccesso) interpreta una scomoda, stagionata e polemica stella del cinema che nasconde la fragilità di fronte al tempo che passa e la sfigura gradualmente dietro una maschera di grande durezza.

Il cinema, sì, e ce n’è tanto nel film e Keitel è infatti un regista anziano e un po’ fuori uso che però non accetta di deporre le armi e rincorre il film-testamento; non riuscendo (o forse non volendo) farlo, sceglie di farla finita con la vita, ma ricompare poi nell’ultima inquadratura del film, facendo con le dita il segno della macchina da presa, come a dire: sì, avete visto delle riflessioni sulla vita di un certo impegno ma non scordatevi che si tratta solo di un film, alla fine.

Anche Caine è un anziano che ha dedicato all’arte la sua vita, è un grande direttore d’orchestra in pensione che non ha più voglia di dirigere nulla, se non forse il fluire della natura incontaminata, come fa in una scena ormai celebre dell’opera di Sorrentino. Siamo in Svizzera, in un centro vacanze efficientissimo e attrezzatissimo ma triste, perché ci sono tanti anziani e perché si capisce che dietro le tante saune, spa, massaggi, trattamenti estetici, c’è l’inesorabile scorrere del tempo, che come sempre avrà ragione di ogni tentativo di fermarne il corso. Caine lo sa e si nasconde dietro l’apparente apatia, un disinteresse ostentato, che sfiora il cinismo, verso le cose e le persone.

Lui è in vacanza qui ma è una vacanza che corrisponde alla sua vita, ormai priva di impegni e interessi, in apparenza.

Caine e Keitel sono amici di vecchia data ma hanno un rapporto strano: si raccontano solo alcune cose, senza mai dirsela fino in fondo; discutono e talora mentono spudoratamente anche sul lontanissimo passato: ‘ti sei poi portato a letto quella bellissima ragazza che amavo?’ dice uno all’altro e l’altro risponde in modo vario, fingendo sorpresa per l’evocazione di quei ricordi così lontani.

Il centro svizzero è popolato da strani personaggi e Sorrentino si diverte a presentarceli pian piano tutti: divertentissimo il gran palleggiatore (ma con le palline da tennis) simil-Maradona, un emblema del disfacimento dei corpi che già si era visto come tema in ‘La grande bellezza’ con Serena Grandi; il corpo in contrapposizione a quello ‘fuori controllo’ di ‘Maradona’ c’è infatti ed è quello di Miss Mondo, che si mostra meravigliosamente nuda ai due vecchi compari Caine e Keitel: impossibile rimanere insensibili a quel fiore che ostenta così tanto la sua beltà. Già ma quanto durerà?

C’è poi un simil-religioso orientale che dovrebbe lievitare e alla fine lo fa pure, c’è una coppia che non parla mai (ma talora litiga di brutto), neppure a cena, che forse è composta da due muti o forse no, uno strano e bizzarro alpinista, un  insoddisfatto attore di valore, c’è la figlia di Caine che gli faceva anche da agente, che sembra serena e appagata ma si trova invece improvvisamente abbandonata da un momento all’altro dal marito (che è, per disdetta il figlio di Keitel), a favore di un’insignificante cantante da night, che però “è brava a letto” o forse no, ‘chissà che ci trova lui in quella’.

Il diverso ‘sentire’ delle generazioni a proposito di sentimenti è molto ben rappresentato nel film, con Caine che ha tradito tante volte la moglie ma ha sempre trovato in lei la propria vera ‘musa’, il punto di riferimento, tanto che oggi è proprio lei (e non la musica, non l’arte) a mancargli tanto; la figlia invece soffre della fragilità dei sentimenti e degli ‘impegni di vita’ delle nuove generazioni, per le quali un matrimonio spesso non regge a lungo, senza che neppure si capisca bene perché finisca.

Giovinezza e vecchiaia, sentimenti, amore, l’inesorabile tempo che passa e corrompe tutto. I temi sono declinati da Sorrentino e dai suoi magnifici attori con maestria e bravura, con immagini curatissime e un’intonata musica di varia natura, non senza la presenza di un sottile e elegante umorismo, a rendere meno pesanti fatti e situazioni (poi ci sono le ‘chicche’, come il rumore in primo piano della carta dell’ormai celebre caramella Rossana).

E poi ci sono tanta arte, tanta musica, tanto cinema, un interrogarsi continuo sul senso di ‘mettere in scena qualcosa’ per gli altri, di cosa siano il talento artistico e come ci si debba porre nei confronti del pubblico (l’apatia di Caine è più apparenza che sostanza). Il dubbio è che poi tanta profondità, anche nell’arte, impedisca di cogliere i veri e più semplici valori che fanno grande la vita: nel film c’è a più riprese un ‘elogio della leggerezza’ e ci pare che non sia affatto ironico. L’attore impegnato che viene ricordato dai fans solo per una parte ‘popolare’ ma per lui insignificante ricorda le riflessioni sul tema di ‘Birdman’. Ma soprattutto c’è Caine che ha fatto tante cose ‘importanti’ nella vita ma la regina gli chiede di andare da lei a Londra più che altro per eseguire le Canzoni Semplici. Lui non ne vuol sapere perché, rivela al culmine dell’esasperazione, ‘quelle le deve cantare solo mia moglie, le ho fatte per lei, e lei oggi non c’è più’.

Ma poi va a Londra e le dirige le Canzoni Semplici, perché il pubblico le vuole e la leggerezza nella vita non è poi proprio un difetto. Un messaggio affatto ironico, una riflessione fra le tante di un film che forse è troppo definire un capolavoro ma che denota una classe di cui bisognerebbe una volta per tutte prendere atto.

There are 2 comments

Pubblica i tuoi commenti