Recensioni: ‘Io che amo solo te’ e ‘Belli di papà’

 

'Io che amo solo te' si apre ‘alla grande’ con il panorama mozzafiato del mare di Polignano e con la ‘bella gioventù’ costituita da una coppia assolutamente ‘non inedita’ come quella composta da Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti (che ricorda subito Moccia ed è meglio lasciar perdere). I due si devono sposare il giorno seguente e girano per il paese e i dintorni cercando di far passare in qualche modo questa benedetta ‘vigilia’. Ancora una volta la Puglia si conferma, in questo film come in quello che recensiremo subito dopo, uno scenario eccellente per il cinema italiano (e magari non solo) e la Film Commission locale continua dunque agevolmente a fare miracoli.

Purtroppo dopo aver aperto con questa fantastica ‘cartolina turistica’ della Puglia e mettendo in scena una gustosa e persino eccessiva quantità di personaggi di Polignano, il film di Marco Ponti ‘Io che amo solo te’, basato sull’omonimo libro ‘best seller’ di Luca Bianchini, si ferma praticamente lì. Tutta la trama è infatti una ‘cronaca’ della ‘due giorni’ costituita appunto dalla vigilia e dal giorno del matrimonio dei due promessi sposi, condita di tradimenti veri o presunti (per fortuna almeno ci evitano l’addio al celibato, pure evocato), dalla lotta fra le suocere per l’abito troppo scollato della sposa, dalla vicina pettegola, dall’amore fra il suocero padre dello sposo (Michele Placido, e al solito qui siamo nell’alta classe in fatto di interpretazione) e la mamma della sposa che risboccia dopo tanti anni, con le relative conseguenze, infine dalla rivelazione (nientemeno) dell’omosessualità del fratello dello sposo e dall’arrivo dello ‘zio Franco’ (Antonio Gerardi), fresco di galera ma pronto a redimersi accompagnando la sposa all’altare.

La trama alla fine è così esile, certe situazioni tanto banali e scontate che viene da applaudire e sperare molto quando almeno arriva per il matrimonio da Pinerolo la zia Dora, ovvero Luciana Littizzetto, con ‘sposo a carico’ (Dino Abbrescia); si spera dunque inutilmente che Luciana si metta a parlare - magari - di Walter e Jolanda - facendoci ridere un po’. Il film infatti ci riesce poco, perché non ha appunto, intreccio, idee, ‘respiro’, pur mettendo in scena un’esagerata quantità di personaggi. Alla fine anche Luciana si adegua e si rifugia nel bozzetto, senza altri tentativi di ‘dare di più’.

Ma c’è anche di peggio: la storia del fratello che si rivela alla famiglia omosessuale fa venire in mente proprio il personaggio di Scamarcio nel bel film di Opzetek (ambientato in Puglia) 'Mine vaganti' e se il confronto è ovviamente impari, quando si pensa che anche là c’era una ‘zia Luciana’, il sospetto che ci si sia ispirati qui per il personaggio di Luciana Littizzetto (la citata zia Dora) viene facilmente; insomma, se mancano le idee, si prova, più o meno, a ‘citare’ e il risultato è naturalmente modesto.

Poi qualche idea felice in realtà c’è: il personaggio del prete di Uccio De Santis (un bravo, attore e intrattenitore ben noto in Puglia), quello dell’animatore da matrimonio Enzo Salvi, vivacissimo sul palco e annoiato e triste appena scende giù. C’è poi Maria Pia Calzone (Donna Imma in ‘Gomorra’), che è sempre un bel vedere sul piccolo o sul grande schermo. Infine, c’è Eva Riccobono, lesbica, che si fa ingaggiare come falsa fidanzata dal citato fratello gay di Scamarcio, e via così.

Per il resto, però, intrattenimento modesto, con l’idea che IIF di Lucisano, Rai Cinema, il regista Ponti con Bianchini e un po’ tutti abbiano lavorato con il freno a mano tirato, senza credere più di tanto in quel che facevano. Non basta certo la comparsa di Alessandra Amoruso che cita la splendida canzone di Endrigo del titolo a mettere a posto le cose. Verrebbe da dire agli autori del film: scrivere una sceneggiatura un po’ migliore e riprovateci da capo. Ma il film conferma invece che il ‘cinema medio’ in Italia è duro da realizzare e la commedia all’italiana era proprio un’altra cosa.

Restiamo in tema con il film di Guido Chiesa (regista anche di film ‘impegnati’), che, a contraltare di ‘Io che amo solo te’, è invece di distribuzione Medusa (e dunque Mediaset) e di produzione Colorado Film, dunque Maurizio Totti e soci, con Abatantuono in scena, manco a dirlo. Verrebbe da dire che il rischio era cadere ben presto nel ‘varietà Tv alla Colorado’ (appunto) e le prime battute del film, infatti, alimentano il sospetto che il livello medio sia quello di una qualunque ‘serata Tv’, visto che sono di scena tre figli di papà Abatantuono più o meno nullafacenti: il primo si nutre di idee impossibili e senza alcun senso dal punto di vista imprenditoriale (viene in mente Lapo Elkann e tant’è), la seconda (l’interessante Matilde Gioli di ‘Il capitale umano’ di Virzì) vuol andare sei mesi a Bali in compagnia del fidanzato, che sembra peggio di lei (un efficace - sia detto senza malizia - Francesco Facchinetti), il terzo addirittura, il più giovane, si ingegna nel concedersi a quaranta-cinquantenni ancora desiderose di sesso e amore, fingendo intanto di studiare all’università.

Pian piano però il film - che sarebbe ispirato ad alcune pellicole messicane - prende corpo e, oltre alla simpatia e all’istrionismo di Abatantuono, l’idea vincente è quella di passare dagli ambienti altolocati e facoltosi nientemeno che a quello che sembra un tugurio di Taranto vecchia (e rieccoci in Puglia) e soprattutto all’esigenza per i tre rampolli di fare quel che non avevano mai fatto, ovvero lavorare. Il padre infatti è stato costretto a fuggire da un blitz della Finanza e i tanti soldi di prima sono svaniti. O almeno così sembra…

Le situazioni che si sviluppano fra i figli di papà e i rampanti pugliesi sono un po’ ‘forzate’ (qualcuno cita ‘Benvenuti al Sud’ ma onestamente siamo un po’ più ‘su’, in senso positivo) ma spesso anche simpatiche e soprattutto il film finisce per fare il suo dovere, ovvero intrattenere e divertire, senza eccellere ma pure senza cadere nel vuoto di idee del film precedente.

Manco a dirlo, anche qui c’è un gruppetto di attori di contorno (in genere pugliesi) abbastanza divertente e ricompare, fra gli altri, ancora Uccio De Santis.

Poi si torna al Nord ma un po’ tutti sono cambiati, il padre e i suoi tre figli, che scendono dal trono e fanno ritorno nella realtà.

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