Recensioni: ‘Non essere cattivo’ e ‘Suburra’

 

Una recensione doppia è indubbiamente ‘ingiusta’ in rapporto all’importanza di entrambi i film (senza dubbio poi, ‘Suburra’ è un ‘evento’, non solo cinematografico) ma (come dire?) viene ‘naturale’ per la sovrapposizione di ambientazione (Roma e dintorni) e tematica (sempre la ‘mala’, più individuale nel caso del film di Caligari, ‘globale’ nel caso dell’opera di Sollima).

 

Ma partiamo da ‘Non essere cattivo’. Ne sono protagonisti due di quelli che si sarebbero chiamati all’epoca di Pasolini ‘ragazzi di vita’, siamo infatti ad Ostia (anche se pare di capire che si è girato a Fiumicino) e le ‘vite perdute’ dei due si incrociano fatalmente con il mondo della droga.

Alla ricerca di un qualche barlume di felicità e di vitalità in un ambiente rarefatto e vuoto in cui solo la luce di qualche bar pare costituire un posto dove ogni tanto rifugiarsi, i due ragazzi (Luca Marinelli e Alessandro Borghi, molto credibili nella parte) non solo ‘si strafanno’ minando la loro vita ma si perdono dietro il presunto denaro facile che la droga sembra garantire, per poi ritrovarsi alla fine sempre soli e poveri, senza occasioni di riscatto.

Anche i legami familiari sembrano rarefatti: Marinelli ha solo una madre rimasta sola e senza affetti, se non quello di una nipotina a sua volta senza genitori, che però appare subito debole e malaticcia. Ma ecco che Borghi riesce a capire, grazie anche a un ‘felice incontro’ con un donna e con suo figlio che finiscono per dargli la felicità di una ‘dimensione familiare’, che si può uscire da quella spirale disperata e inizia così a lavorare, cambiando totalmente vita.

La scelta gli mette contro il gruppo di ‘trafficoni’ del solito bar ma soprattutto l’amico di una vita, Marinelli, la cui disperata ricerca di una dimensione diversa e di affetti veri non approda agli stessi esiti. La nipotina muore, la ricerca di modi poco leciti per sbarcare il lunario continua, promettendo la classica ‘brutta fine’. Che infatti arriva puntuale, per la disperazione di Borghi, che non riesce a salvare l’amico e può solo piangerne la prematura scomparsa. Ma la successiva scoperta che la fidanzata di Marinelli è andata a vivere con la madre dell’amico, rimasta sola, e che da lui le è poi nato un figlio, lo porta a pensare che la vita dà appunto sempre una speranza di riscatto, anche ‘postuma’, come in questo caso.

Ben sceneggiato e diretto, forte di una fotografia molto indovinata e di un’ottima ‘costruzione complessiva’, pieno di umana ‘pietà’ per queste ‘vite a perdere’, il film lascia un grande  rimpianto per la prematura scomparsa del suo regista Claudio Caligari (morto pochi mesi fa), che di temi simili a quello di ‘Non essere cattivo’ si era occupato in quelli che oggi appaiono gli altri suoi ‘preziosi’ film precedenti (pochi, proprio per la cura e la meticolosità con cui venivano realizzati), ovvero ‘Amore tossico’ e ‘L’odore della notte’. Davvero meritevole perciò la scelta di Valerio Mastandrea di produrre e portare a termine un film che era decisamente da non lasciare incompiuto.

 

Abbiamo citato Borghi e lui, un bravo giovane attore, è anche fra i protagonisti di ‘Suburra’, attesissimo filmone di più di due ore che ha fatto molto rumore per diversi motivi: è nato da una collaborazione fra Rai Cinema (che è parte anche di ‘Non essere cattivo’, dove figura pure la Taodue di Mediaset e Pietro Valsecchi), Cattleya e nientemeno che Netflix; darà vita a una serie che arriva dritta dritta sulla scia di ‘Gomorra’ e soprattutto di ‘Romanzo criminale’ e come quest’ultimo si fonda su un libro del magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo, unito al giornalista di ‘Repubblica’ Carlo Bonini e qui nella sceneggiatura anche al duo ‘dei miracoli’ Rulli-Petraglia, e poi su questo film, che farà appunto di nuovo da preludio a una serie; infine regista del film è Stefano Sollima, la cui maestria nel dominare la materia ‘crime e dintorni’ e farne un vero e avvincente spettacolo, anche su scala internazionale, non hanno ormai bisogno di ulteriori dimostrazioni. Infine - è quasi superfluo dirlo - le pagine dei giornali e la ‘malapolitica’ che hanno avuto e hanno al centro Roma non potevano che aiutare chi voglia inoltrarsi in quei labirinti e calamitare l’interesse del pubblico.

Detto tutto questo, va effettivamente notato che il film è opportunamente ‘grandioso’, non solo per la durata ma per la scelta registica, che ‘si emancipa’ dal linguaggio secco e ‘brutale’ (anche se di straordinaria efficacia) delle serie Tv dello stesso Sollima, per farsi ‘corale’, più maestoso e rappresentativo del degrado che sembra inarrestabile di una città straordinaria come Roma. Non poteva mancare neppure la dimensione religiosa e para-religiosa, ed ecco il preannuncio delle clamorose dimissioni (successive però al 2011) di Papa Ratzinger.

La ‘furba’ sceneggiatura ambienta infatti le vicende appunto nel 2011, proprio in quel novembre che vide le dimissioni più o meno ‘forzate’ di Berlusconi (peraltro mai citato, anche se i riferimenti sono più che evidenti) e un conto alla rovescia verso il giorno dell’Apocalisse fa da contrappunto alle vicende criminali, che iniziano con una tipica serata di orgia in albergo di un mediocre parlamentare (filmata con la forza e la assoluta ‘spudoratezza’ con cui Sollima sa gestire la tematica sessuale), che però si ritrova alle prese con una tragedia imprevista, per la morte per droga di una delle due escort presenti.

Da qui in poi è un susseguirsi di avvenimenti criminali e di omicidi per la spirale di vendette e controvendette che si innesca e che finisce per rischiare di travolgere lo stesso politico, il cui figlio viene persino rapito. Intanto il nostro parlamentare (un Favino che si impegna molto nella parte ma che non ci ha pienamente convinto) riesce sul filo della Legislatura a far approvare con le opportune opere di corruzione una legge che promette di fare di Ostia una ‘vera Las Vegas’ e di accontentare mille appetiti.

In mezzo a tutto questo si intrecciano le vicende del ‘re di Roma’ (un Claudio Amendola un po’ ‘stranito’, che alla fine si scopre essere ebreo), ovvero di un boss che è a capo di molte cose, dell’aspirante ‘re di Ostia’ (un giovane fin troppo intraprendente che finisce vittima della sua ambizione smisurata), una famiglia zingara criminale che sembra decisamente alludere a Casamonica e dintorni, sparatorie e ammazzamenti a gogò (molto bella la scena al centro commerciale), con la palude politica all’opera in Parlamento e fuori e alcune allusioni persino al mondo delle feste di ‘La grande bellezza’.

Eccellente la fotografia, che raffigura una Roma sempre più ‘vuota’ e ‘astratta’, senza più anima né memoria, calibratissime le inquadrature, con alcune raffinatezze registiche di gran gusto e con una pioggia spietata e violenta che fa da scenario brutale a molti dei momenti-chiave del film.

Bravissimo come sempre Elio Germano, ben in parte Borghi (come dicevamo) e validi tutti gli altri. Un film di grande impatto, dal successo annunciato, che proseguirà con la serie e che farà naturalmente anche discutere: niente sembra fare più spettacolo dei grandi criminali - è un dato di fatto - , al di là di qualsiasi voglia e velleità di denuncia sociale.

There are 4 comments

  1. Nerina

    Ho visto ed apprezzato il film che amaramente descrive il marcio di una Roma da Blade Runner. Molto ben girato, volutamente angosciante e pervaso da atmosfere torbide spezzate da lampi di violenza e spietatezza, commette, a mio avviso, un errore nel finale che ho trovato banale e non in linea con la storia raccontata nel film. L’uccisione del grande burattinaio Amendola per mano della giovane tossica cui è stato ucciso il compagno killer, mi è parsa francamente forzata, mentre ho trovato azzeccato l’epilogo del rapporto tra il personaggio interpretato da Germano e il boss degli “zingari” malavitosi. La ribellione finale del più (solo apparentemente) debole dei protagonisti mi è sembrata ben disegnata e credibile.
    Tra gli attori ho trovato incredibilmente bravi Germano e Alessandro Borghi. Favino non mi è parso del tutto a suo agio nei panni del mediocre parlamentare corrotto e vizioso. Amendola non era, a mio avviso, l’interprete più giusto per il personaggio di Samurai. Ci avrei visto meglio un attore dall’aspetto più raffinato e freddo, con una recitazione più distaccata.
    Nel complesso un ottimo film di genere che tira un bel pugno nello stomaco allo spettatore: dietro la corruzione e l’amoralità della politica c’è il sottobosco della malavita vera, quella che spara e uccide.
    Molto bella la fotografia che sembra quasi contrapporsi alle inquadrature patinate de “La Grande Bellezza”. Una Roma monumentale che si accende di rado, perennemente sovrastata da una pioggia letale e pervasiva che dà pienamente il senso dell’oscurità morale in cui la vicenda si muove.

  2. Andrea

    MOLTO INFERIORE AL LIBRO. Il guazzabuglio tra le dimissioni del papa (avvenute due anni dopo i fatti del film) e quelle di Berlusconi sono ridicole. La primo ora è lenta e noiosa. La realtà che vuole dipingere il film è molto più volgare e banale; andate a vedere il vero arresto del Samurai durante Mafiacapitale (alias Carminati). Operazione commerciale per un film davvero brutto.

  3. Giovanni Berardi

    È un film che non si può non apprezzare ma che in fondo non si può e non si potrà mai amare, perché è un film che colpisce troppo l’anima, stringe troppo lo stomaco in una morsa dolorosa e fa scendere sulle guance delle lacrime amare come poche altre pellicole riescono a fare.
    La rinascita del cinema italiano passa, e deve passare, anche da questi film tosti e crudi come questo qui che raccontano il lato oscuro del nostro paese.

    Qui, il link della mia recensione completa: http://mgrexperience.blogspot.it/2016/05/non-essere-cattivo-di-claudio-caligari.html

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