Requiem per la cultura italiana?

Noterella cupa di fine anno: il mix perverso tra legge Finanziaria e decreto Milleproroghe conferma l’insensibilità dello Stato italiano nei confronti di arte, spettacolo, media, industria culturale. La stangata colpisce tutti i settori.

In quest'intervento, proponiamo un commento “a caldo” di quanto deciso dal Governo Berlusconi in occasione del decreto legge cosiddetto “Milleproroghe”, il 22 dicembre 2010: questo decreto avrebbe dovuto consentire all'industria culturale italiana una boccata di ossigeno, dopo una Finanziaria amara, mentre si è rivelato una doccia fredda, anzi - dato il meteo di queste settimane - una vera e propria gelata.
Il “mix” tra Finanziaria e Milleproroghe determina conseguenze letali per la cultura italiana.
Anticipiamo qui un commento critico della nostra rubrica Osservatorio IsICult / Millecanali che verrà pubblicata nell'edizione di gennaio 2011 di “Millecanali”, dopo che questo sito web ha riportato, tra le “News”, una prima analisi, come sempre acuta, di Marco Mele del 23 dicembre 2010.
La fine dell'anno segna quindi la delusione totale delle aspettative del sistema culturale italiano, rispetto alle reiterate promesse che erano giunte dallo stesso Governo: si ricorda una conferenza stampa convocata il 27 ottobre, alla vigilia delle manifestazioni sul “red carpet” della Festa del Cinema, durante la quale Bondi e Letta annunciarono “misure straordinarie” per il cinema (forse proprio con l'obiettivo di evitare degenerazioni delle proteste, che avrebbero certamente potuto disturbare anche l'immagine internazionale del nostro Paese, che peraltro già non brilla per picchi di positività). È anche vero che quell'annuncio fu accompagnato da una precisazione sibillina: “compatibilmente con le esigenze di bilancio”. E, ancora una volta, queste “esigenze” di bilancio hanno avuto la meglio sulle ragioni della cultura, e dell'economia della cultura.
Di straordinario, in questo 2010, c'è stato solo l'evidente disinteresse del Governo nei confronti della cultura, dello spettacolo, dell'arte, dei media. Disinteresse non nuovo, nella sostanza, e coerente con un disinteresse storico del centro-destra, ma eccezionale come intensità negativa.
È interessante osservare le reazioni delle “categorie”, ovvero delle associazioni più attive nella rivendicazioni settoriali:
- sul fronte della radio-televisione, abbastanza sintoniche le reazioni di AerAnti-Corallo e Frt, deluse entrambe per il taglio di 45 milioni delle provvidenze a favore delle emittenti radio-televisive locali, che si associano ai 50 milioni tolti ai sostegni all'editoria (nell'articolo pubblicato sulle news di questo sito del 23 dicembre, vengono riportati i comunicati stampa delle due associazioni); a fronte di questo, da segnalare invece la proroga della convenzione con Radio Radicale al 2012, con una spesa di 10,2 milioni di euro l'anno (e sull'origine storica di questo privilegio, non è mai stata fatta adeguata chiarezza politica…);
- sul fronte del cinema, reazioni critiche ma non tremende da parte di Anica ed Agis: l'Anica manifesta “disappunto”, ma auspica che il tax shelter rinnovato solo per il primo semestre del 2011 possa rappresentare un preannuncio di un provvedimento di maggiore durata (su cosa fondi l'Anica questa speranza, non è dato sapere…), mentre l'Agis ha affidato al Vice Presidente Maurizio Roi un comunicato netto: “Con queste risorse, si decreta semplicemente la morte dello spettacolo: fondazioni liriche, teatri pubblici e privati, compagnie. Oggi dunque a Palazzo Chigi si è celebrato un funerale”.
Paradossale che la giustificazione per questi tagli sia stata determinata da una emergente “priorità”: riportare a 400 milioni euro il fondo cosiddetto del 5 per 1.000, ovvero i sostegni alle associazioni di volontariato! Si taglia alla cultura per assegnare risorse ad un settore ancor più “nobile” e bisognoso?! Senza dimenticare che, con lo stesso provvedimento, si assegnano ben 750 milioni di euro, per i primi sei mesi del 2011, alle missioni militari italiane all'estero!
Cerchiamo di comprendere il “dietro le quinte” della ignobile vicenda: questa volta, il primato della ricostruzione va alla penna di Michele Anselmi, sulle colonne de “il Riformista”, che il 23 dicembre racconta “Il sabotaggio della tassa cinepanettone” (questo il titolo del lungo articolo).
In sostanza, il Governo, per quanto riguarda il recupero di danari (pubblici) a favore del cinema, s'era inventato una bislacca “tassa sul biglietto” delle sale cinematografiche: 1 euro per ogni biglietto, che, con una previsione di circa 120 milioni di biglietti staccati ogni anno al box-office, avrebbe determinato un flusso di circa 120 milioni di euro, 90 da destinare al tax-shelter (30 milioni per ogni anno del triennio 2011-2013) e 30 milioni da destinare alla “quota cinema” del sempre più povero Fondo Unico dello Spettacolo. Fus che è rimasto complessivamente congelato a 258 milioni di euro. A fronte del prospettato reintegro al livello di 398 milioni.
Secondo la ricostruzione di Anselmi, che ha peraltro registrato una conferma da parte dello stesso Bondi, sarebbe stata una delle anime delle due associazioni degli esercenti, ovvero i gestori dei multiplex, ad imporre un vero e proprio veto sul novello meccanismo. Non è casuale che, nelle ultime settimane, siano saltati i tentativi di fusione tra l'associazione degli esercenti che aderisce all'Agis (l'Anec) e l'associazione degli esercenti dei multiplex (l'Anem) che aderisce all'Anica. In sostanza, i due maggiori circuiti di sale cinematografiche (The Space ed Uci), con la benedizione delle “major” Usa, avrebbero addirittura minacciato di non proiettare più film “made in Italy”, semmai fosse stata introdotta questa tassa.
Due quesiti sorgono spontanei: possibile che il Governo non comprenda che una “politica di settore” non può essere messa in campo, se non avendo una “vision” strategica, complessiva, organica, e di medio-lungo periodo?! È evidente che, di volta in volta, si vanno a toccare interessi di parte, nobili o di bottega che siano.
Non crediamo che questa “tassa”, semmai fosse stata introdotta, avrebbe determinato una meccanica riduzione della propensione alla fruizione di cinema in sala (l'elasticità del consumo rispetto al prezzo non è così intensa), ma la questione va oltre: che senso ha che sia il cittadino consumatore a pagare direttamente egli un intervento della “mano pubblica” che dovrebbe essere strategico e mirato?! È un po' come la balla del canone Rai (che, nello stesso Milleproroghe, il Ministro Romani ha fatto elevare a 110,5 euro). Dovrebbe essere lo Stato, crediamo, a decidere, in sede parlamentare, l'entità delle risorse da destinare alla tv pubblica, assumendosi le sue belle responsabilità, nel bene e nel male, nell'incrementare o nel ridurre il budget, senza imporre un canone specifico. Il cittadino contribuente paga tasse ed imposte, e, votando, affida al Parlamento ed al Governo la miglior gestione di quanto l'erario raccoglie. Quando si utilizzano strumenti impropri come il canone televisivo o questa inedita tassa sui biglietti cinematografici, si tenta di “responsabilizzare” impropriamente il cittadino e lo Stato si libera la coscienza. Ancor più quando, nel caso italiano, non attiva le procedure necessarie per rendere il pagamento del canone difficile da evadere (il che potrebbe agevolmente avvenire legandolo al pagamento dell'utenza elettrica). Crediamo che anche la stessa “tassa di scopo” (tassa finalizzata al sostegno dell'audiovisivo, metodo peraltro rarissimo nella storia fiscale italiana), auspicata da una parte degli operatori italiani guardando al “modello francese” (ove esiste un prelievo lungo tutta la “filiera” dell'audiovisivo, che va ad alimentare un fondo soprattutto destinato alla produzione di cinema e “content” audiovisivo), rappresenti una sorta di ipocrisia: riteniamo che la “mano pubblica” debba destinare risorse strategiche alla cultura, e specificamente all'audiovisivo, e non debba alimentare il proprio intervento attraverso improprie “tasse” applicate ai vari segmenti del settore.
In questo balletto di sigle tipicamente italico (come dire?! Anem versus Anec! sic), non ci interessa più di tanto la contrapposizione tra esercenti tradizionali e multiplex, ed il titolo di Silvana Silvestri su “il Manifesto” del 24 dicembre è efficace, ma forse riduttivo: “I tagli al Fus, la proroga insultante, il club degli esercenti”.
I 100 Autori hanno manifestato una posizione dissidente rispetto alla “unità” anomala che s'è venuta a determinare negli ultimi mesi, con una inedita alleanza tra associazioni datoriali e sindacali: Agis ed Anica si sono infatti presentate insieme ai maggiori sindacati del settore, e finanche due associazioni anomale, come l'Anci (l'associazione dei Comuni italiani) e Federculture (associazione di enti pubblici ed imprese private attive nel settore culturale) hanno aderito alle iniziative “di lotta e di protesta”, in particolare un incontro del 9 dicembre al Cinema Capranichetta di Roma (ed un rinnovato incontro, ancora al Capranichetta, è stato fissato per il 29 dicembre). All'iniziativa, non ha partecipato i 100 Autori, che è stata tra i più attivi promotori del movimento “Tutti a casa” (autodefinitosi “assemblea unitaria del cinema italiano”), ovvero delle iniziative di protesta durante il Festival di Roma. Tra le critiche di una parte del “movimento” nei confronti della nuova “alleanza”, si segnala la presunta debolezza delle iniziative di protesta assunte (come proclamare uno sciopero dei teatri il… lunedì!), ed i dubbi sulla qualità degli alleati stessi (Andrea Purgatori, esponente di spicco di 100 Autori, ha manifestato fastidio estremo per lo “u-turn” che sarebbe stato messo in atto da Anec-Anem, rispetto alla posizione unitaria Agis).
Temiamo che le associazioni del settore soffrano ancora di una visione miope: qui non si tratta solo di riportare il livello del Fus a livelli decenti e dignitosi, che pure resta senza dubbio una priorità; qui si tratta di richiedere allo Stato un ragionamento serio sul ruolo dello Stato nel settore culturale. E se Governo e Parlamento non si dimostrano in grado di maturare questa riflessione, si deve cercare un luogo adeguato: potrebbe trattarsi degli “Stati Generali della Cultura”, che dovrebbero però essere organizzati extra-istituzionalmente, onde evitare una imposizione dall'alto di interpretazioni di comodo, che vadano a riprodurre l'esistente.
Il problema è, ancora una volta, altro. Ed oltre. Il problema va cercato nel deficit di programmazione, nell'assenza di un “policy making” che dimostri sensibilità nei confronti della “risorsa cultura”, considerandola finalmente “investimento” e non “spesa”. Non esiste un “piano” strategico a favore della cultura italiana. Lo Stato è completamente assente.
Altre nazioni più evolute della nostra, come hanno reagito, di fronte alla crisi economico-finanziaria globale (planetaria)?
Assegnando alla cultura, all'arte, allo spettacolo, ai media (così come all'università ed alla ricerca), la priorità che questi settori meritano, data la loro capacità di stimolare non solo i consumi generali, ma di dare senso alla stessa comunità sociale. La cultura è collante di coesione e di inclusione sociale, e non solo motore dell'economia generale. Non è solo questione di “moltiplicatori”: una recente ricerca promossa dall'Anica ha dimostrato quanto sia benefico anche uno strumento di intervento pubblico indiretto qual è il “tax shelter” ed il “tax credit”. Lo stesso IsICult è convinto che strumenti come le “film commission” siano preziosi per arricchire non solo il tessuto dell'industria cinematografica, ma per rafforzare la socio-economia del territorio, e non solo per le ricadute turistiche. 1 euro investito nel sistema culturale produce ben più di 1 euro nell'economia complessiva del sistema. E questi euro “prodotti” si caratterizzano per una preziosa valenza sociale.
Quel che non si comprende, nel penoso teatrino, è l'atteggiamento di Gianni Letta: ormai, sembra essere lui lo “scudo” unico di fronte all'aggressività di Tremonti ed alla sua insensibilità rispetto alla cultura, ma stranamente l'effetto della sensibilizzazione di Letta su Berlusconi non produce effetti, ovvero non produce più effetti.
Le aspettative crescono, i risultati sono deludenti.
Di Bondi, è stato detto e scritto di tutto, sulla gran bonomia che caratterizza una maschera in grado di resistere a… tutti gli insulti del mondo. Da alcune settimane, Bondi ipotizza le proprie dimissioni, forse anche per evitare il rischio di una mancata fiducia, dato che Pd, IdV e Fli hanno promosso mozioni di sfiducia personale, post crolli di Pompei e controverse vicende “personali”. Ha però correttamente ed ironicamente intitolato l'editoriale del numero di dicembre 2010 del mensile “Il Giornale dell'Arte”: “Perché Bondi non deve dimettersi per Pompei. La ragione per cui Bondi non deve dimettersi per il crollo di Pompei è che deve dimettersi per un'altra ragione: perché non ha fatto e non fa il Ministro dei Beni Culturali. Questo è imperdonabile perché il patrimonio artistico è il principale bene del nostro Paese”.
Lo scenario è proprio tremendo. E non si intravvedono segnali di svolta.
Il 2011 sarà un anno veramente orribile, per il sistema culturale italiano, indifferentemente per le emittenti radio-televisive locali e per i teatri d'opera, passando per tutte le espressioni dell'arte, dello spettacolo, dei media.

(*) Angelo Zaccone Teodosi è presidente dell'Istituto italiano per l'Industria Culturale - IsICult (www.isicult.it), curatore della rubrica Osservatorio IsICult / Millecanali.

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