Stop ai processi show

Con un codice di autoregolamentazione firmato da Rai, Mediaset, Sky, Ordine dei Giornalisti, Fnsi, Frt e Aer-Anti-Corallo l’Agcom mette un freno ai “processi spettacolo”.

L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni mette un freno ai "processi show " in Tv. Il presidente dell'Agcom Corrado Calabrò ha fatto sottoscrivere a Rai, Mediaset, Sky, Ordine dei Giornalisti, Fnsi, Frt e Aeranti-Corallo un codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione in Tv delle vicende giudiziarie. Quindi in base alle sei regole elaborate dall'Agcom stop a fiction su indagini e processi in corso, alle ricostruzioni di parti di processi senza contraddittorio, alle telefonate frutto di intercettazioni telefoniche interpretate da attori.

Nel mirino dell'Authority «soprattutto» i processi sotto forma di fiction: «Non pochi telespettatori - sottolinea il presidente Corrado Calabrò - ritenevano che si fosse nella sede reale del processo, creando poi confusione quando a distanza di anni la giustizia vera faceva il suo corso». Queste fiction secondo Calabrò costtuiscono «uno svigorimento e screditamento del processo, un fuorviamento dell'opinione pubblica, e non escludo anche un condizionamento delle parti in processo».

Per ciò che riguarda i processi chiusi, bisognerà dare spazio al contraddittorio ed evitare le forzature. Per Calabrò il codice «rappresenta una svolta nella comunicazione necessaria, perché su questo tema non si poteva procedere con un atto d'autorità».

Le nuove disposizioni, frutto di un lavoro di 18 mesi, entreranno in vigore il 30 giugno. Oltre al presidente Agcom, Corrado Calabrò, alla firma erano presenti il presidente della Rai Paolo Garimberti, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e il consigliere Gina Nieri, il presidente di Telecom Italia Media Mauro Nanni, il presidente della Fnsi Roberto Natale, Pierluigi ROEsler Franz per l'Ordine, il presidente della Frt (Federazione Radio Televisioni) Filippo Rebecchini ed il coordinatore di Aeranti-Corallo Marco Rossignoli.

Ed ecco le sei regole di cui sopra:

a) curare che risultino chiare le differenze fra documentazione e rappresentazione, fra cronaca e commento, fra indagato, imputato e condannato, fra pubblico ministero e giudice, fra accusa e difesa, fra carattere non definitivo e definitivo dei provvedimenti e delle decisioni nell'evoluzione delle fasi e dei gradi dei procedimenti e dei giudizi;

b) diffondere un'informazione che, attenendosi alla presunzione di non colpevolezza dell'indagato e dell'imputato, soddisfi comunque l'interesse pubblico alla conoscenza immediata di fatti di grande rilievo sociale quali la perpetrazione di gravi reati;

c) adottare modalità espressive e tecniche comunicative che consentano al telespettatore un'adeguata comprensione della vicenda, attraverso la rappresentazione e la illustrazione delle diverse posizioni delle parti in contesa, tenendo ponderatamente conto dell'effetto divulgativo ed esplicativo del mezzo televisivo che, pur ampliando la dialettica fra i soggetti processuali, può indurre il rischio di alterare la percezione dei fatti;

d) rispettare complessivamente il principio del contraddittorio delle tesi, assicurando la presenza e la pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti che le sostengono - comunque diversi dalle parti che si confrontano nel processo - e rispettando il principio di buona fede e continenza nella corretta ricostruzione degli avvenimenti;

e) controllare, nell'esercizio del diritto di cronaca, la verità dei fatti narrati mediante accurata verifica delle fonti, avvertendo o comunque rendendo chiaro che le persone indagate o accusate si presumono non colpevoli fino alla sentenza irrevocabile di condanna e che pertanto la veridicità delle notizie concernenti ipotesi investigative o accusatorie attiene al fatto che le ipotesi sono state formulate come tali dagli organi competenti nel corso delle indagini e del processo e non anche alla sussistenza della responsabilità degli indagati o degli imputati;

f) non rivelare dati sensibili, o che ledano la riservatezza, la dignità e il decoro altrui, ed in special modo della vittima o di altri soggetti non indagati, la cui diffusione sia inidonea a soddisfare alcuno specifico interesse pubblico.

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