Ungheria: l’Europa e la riforma costituzionale di Orban

Continua la discussione in sede europea sulle riforme costituzionali messe in campo dal Governo ungherese. Oltre a dare conto della situazione (fluida), intervistiamo Guy Verhofstadt, presidente dei liberaldemocratici al Parlamento Europeo.

Dopo una lettera del presidente Barroso, alcuni ripensamenti del Governo sulle modifiche costituzionali e una tesa seduta del Parlamento Europeo, a giugno la questione ungherese verrà affrontata di nuovo con un voto e anche su questo abbiamo intervistato (vedi oltre) il presidente di ALDE Guy Verhofstadt.

Intanto un primo dibattito parlamentare europeo, svoltosi il 17 aprile, sulle discusse riforme ungheresi è stato caratterizzato - dicevamo - da “una forte carica emotiva”, come ha detto il socialista Schulz, quando Rui Tavares ha chiesto di poter replicare ad una parlamentare ungherese (indipendente) la quale ha messo in dubbio la preparazione giuridica della Commissione che sta esaminando il caso Ungheria, presieduta proprio da Tavares.

In apertura di seduta il ministro irlandese agli Affari Europei Lucinda Creighton ha chiarito, a nome degli Stati membri, che la situazione in Ungheria non sarà discussa dal Consiglio ma dalla Commissione, che in quanto organo responsabile per i trattati, controllerà che le leggi nazionali siano compatibili con quelle europee.

Nella sua relazione il vicepresidente della Commissione Viviane Reding ha espresso preoccupazioni su tre punti relativi agli emendamenti alla Costituzione ungherese: una clausola introdurrebbe una tassa ad hoc per i cittadini ungheresi che servirebbe a pagare una possibile sanzione UE; il trasferimento di casi da una Corte di giustizia all'altra; il divieto di fare campagna elettorale sui media. Su quest'ultimo punto specifico, le restrizioni dell'articolo 5. c. 1 del IV emendamento, Reding ha spiegato che in alcuni casi dei limiti della pubblicità sono legittimi se debitamente giustificati e proporzionati.
Secondo le nuove norme, la pubblicità politica potrebbe essere effettuata solo su servizi e media pubblici. Ma, ha fatto notare il Commissario Reding, “va notato che l'audience dei media privati rappresenta circa l'80% del totale in Ungheria. Il 15 aprile le autorità ungheresi hanno risposto alla Commissione presentando delle modifiche alla norma, che studieremo con grande attenzione”.

Stando ai dati Agb Nielsen Ungheria del 2012, infatti, i canali pubblici avrebbero solo il 14,2% di audience (12,1% nell'anno precedente).

Tornando al Parlamento Europeo, quella sull'Ungheria, dicevamo, è stata una seduta tesa e ha visto Jozsef Szajer del PPE difendere le posizioni magiare. A chiedere la discussione in seduta plenaria e a sollevare l'ipotesi di un'applicazione dell'art. 7 del trattato è stato invece Guy Verhofstadt, presidente dei liberaldemocratici al Parlamento Europeo. A questo punto lo abbiamo intervistato, approfittando della sua grande disponibilità, di cui lo ringraziamo.

Deputato Verhofstad, il Parlamento, come lei ha sottolineato, è diviso sul caso ungherese. Che cosa si aspetta dalla votazione sull'Ungheria ch avverrà nel prossimo giugno?

“Dipenderà da cosa ci sarà scritto nella relativa relazione, che ancora non è stata resa pubblica, e cosa dirà sull'articolo 7 del Trattato. Fino ad oggi i documenti di lavoro del relatore Tavares sono stati co-firmati da deputati di vari gruppi politici, dal PPE all'ALDE, a SD, ai Verdi, ai conservatori inglesi, insomma in Commissione ha regnato una certa armonia. Ma una volta fatta la diagnosi, sulla cura sicuramente emergeranno divergenze.
Il PPE ha fino ad oggi tenuto una posizione di difesa del Governo Orban, votando contro le risoluzioni sull'Ungheria che sono state approvate dal PE. Sicuramente troverei ingiustificabile una divisione del Parlamento di fronte a uno stato membro, dove - è palese - i valori europei sono a rischio”.

Orban, tra l'altro esponente del PPE, sugli emendamenti costituzionali sembra aver fatto alcuni passi indietro. Ritiene che ci sia la seria intenzione di rivedere la propria posizione da parte di Fidesz?

“Orban gioca a guardia e ladri con l'UE e la comunità internazionale. Quando vengono proposte modifiche alla Costituzione o alle leggi costituzionali o alle leggi come quella sui media, la Commissione europea solleva critiche in merito alla compatibilità con il diritto europeo e chiede alle autorità ungheresi di non approvarle, temporaneamente, e di aprire un dialogo con la Commissione su questo. Puntualmente il Parlamento nazionale approva invece tali proposte.
La Commissione quindi annuncia procedure di infrazione ed a quel punto Orban annuncia che le autorità proporranno modifiche, che poi vengono mandate alla Commissione, promettendo che saranno approvate...
Le sembra un modo di fare serio? È perfino accaduto che il Governo ungherese mandasse alle istituzioni europee traduzioni completamente errate o parziali di alcuni testi. Da quel momento le traduzioni delle leggi ungheresi vengono fatte direttamente dalle istituzioni europee. Insomma: Orban viola il principio di cooperazione leale, peraltro un obbligo previsto dai Trattati!”.

L'UE si sta occupando del 'caso Ungheria' ormai da tempo e appare sempre più chiaro che le istituzioni europee hanno delle armi spuntate in tema di provvedimenti da prendere. Alcuni Paesi hanno chiesto delle misure alternative, una via di mezzo tra la procedura d'infrazione e l'applicazione dell'art. 7, per avere più potere di pressione sugli Stati Membri che non rispettano il Trattato e le norme UE. Crede che questa strada sia perseguibile?

“Io dico che intanto bisogna applicare la legge, il diritto, ovvero i Trattati e l'articolo 7. La Commissione, gli Stati membri ed il Parlamento Europeo possono attivarlo. Al contrario di quanto si dice, l'articolo 7.1 prevede l'apertura di un dialogo formale tra UE e Stato membro e la possibilità di approvare raccomandazioni per lo Stato membro in causa. Le sembra una "bomba nucleare", come la descrivono? Sinceramente non lo è, è molto meno di quanto facciamo nel settore della supervisione di bilancio e finanziaria, dove si impongono anche sanzioni economiche.
Inoltre ritengo che qualunque strumento che permetta di rafforzare il monitoraggio obiettivo e la valutazione della situazione dei diritti fondamentali nell'UE e negli Stati membri, come pure di sanzionare le eventuali violazioni, è assolutamente benvenuto. Il PE lo chiede da anni, ad esempio nelle sue relazioni sui diritti dell'uomo nell'UE: chiede che la Commissione e l'Agenzia per i Diritti Fondamentali facciano rapporti su questo, che la Commissione lanci una tabella di marcia sulla democrazia, lo stato di diritto, la giustizia e i diritti fondamentali nell'UE, che proponga l'adozione di un "meccanismo di congelamento" che obblighi gli Stati membri ad aprire un dialogo con le istituzioni europee nel caso di progetti di legge che violino il diritto europeo ed i diritti fondamentali…”.

Si è parlato di lettere minatorie al Commissario Reding ma anche sulla sua pagina Facebook ci sono critiche molto pesanti e minacciose proprio da parte di cittadini ungheresi. Un fatto grave: come reagisce di fronte a queste minacce?

“Ho sempre difeso i diritti fondamentali delle persone, siano esse cittadini belgi, ungheresi o europei o anche altro, e non intendo certo rinunciare a farlo. Mi auguro che l'Ungheria ed i suoi cittadini escano presto da questa fase difficile e che la democrazia, lo stato di diritto ed i diritti fondamentali, il sistema dei pesi e dei contrappesi, non siano trasformati in macerie dal passaggio di Orban e del suo partito Fidesz al governo. Ritengo che l'UE e la comunità internazionale abbiano giocato un ruolo fondamentale mettendo i bastoni tra le ruote a molti dei cambiamenti che Orban avrebbe voluto fare e non ha potuto fare proprio per la condanna internazionale: confido che continueremo a giocare questo ruolo con determinazione, per gli ungheresi, ma anche per l'Europa e per la democrazia”.

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