‘Fabrizio De Andrè – Principe libero’

 

Tre ore di film Tv viste tutte di fila per provare a fare quello che fino a poco tempo fa, forse, nessuno pensava fosse possibile: raccontare la vita di Fabrizio De Andrè. Non volava una mosca all’Anteo di Milano nella mattinata di venerdì 19 dicembre, l’emozione era fortissima, il pubblico di giornalisti e addetti ai lavori riempiva ogni posto a disposizione in una delle sale del nuovo cinema Anteo, felice di avere il privilegio di vedere per primo (ci sarà poi a breve, il 23  e 24 gennaio, un’altra anteprima proprio al cinema a cura di Nexo Digital, mentre la programmazione su Rai1 arriverà subito dopo Sanremo) il risultato di un’operazione da far tremare i polsi solo a immaginarla.

Come si può far rivivere sul grande o sul piccolo schermo (ormai tutto è ibrido, come si vede) un uomo simile, un artista di un livello unico, un caso a parte in un mondo della canzone che mai ha toccato quei livelli in Italia? Della genesi del film Tv, cui Dori Ghezzi ha collaborato abbastanza da vicino (Cristiano ha invece preso preventivamente le distanze, considerando sbagliata proprio l’idea), si è già parlato molto e tanto si scriverà, perché è fin troppo facile pronosticare che il successo di pubblico sarà straordinario, data la statura del personaggio, la curiosità spasmodica di saperne di più su di lui, la smania di capire come abbiano potuto nascere tutti i capolavori che ben conosciamo.

Ecco, il problema è proprio che chi si aspetta di capire questo troverà nel film ben poche risposte. Non c’è quasi nulla infatti su questo, sulla genesi di quelle meravigliose canzoni, su come e quando Fabrizio le scriveva, sulle fonti culturali e poetiche da cui nasceva tutto, sulla ‘magica ispirazione’, insomma; non c’è quasi nulla, neppure, sulle reazioni provocate nella società del tempo da quelle canzoni, sulla loro enorme importanza a livello politico, soprattutto, su come diverse generazioni si siano formate su quei testi e su quelle rime, sul complicatissimo rapporto che Fabrizio aveva con i tanti ragazzi che in quegli anni si ribellavano e sognavano la rivoluzione, o su quello con lo stesso Partito Comunista. Si esalta invece, ovviamente, anche nel titolo del film, la sua eterna ricerca della libertà (artistica e esistenziale), quella che lo portò, a dispetto di tutti, su posizioni più o meno vicine all’anarchia, scegliendo peraltro sempre la difesa dei deboli, degli emarginati, dei reietti e dei ribelli.

Pochi accenni sono riservati nel film Tv anche all’ambiente discografico di quegli anni, alla Tv che iniziava a essere tanto importante, si vede Sergio Bernardini che vince alla fine la leggendaria ritrosia di Fabrizio alle esibizioni pubbliche e lo porta alla Bussola per un memorabile concerto. Si vede Mina che canta ‘Marinella’ in Tv, si sente Tenco che parla di andare al Festival di Sanremo ma poi da là non tornerà più indietro.

Che cosa racconta invece principalmente il film Tv di Luca Facchini per tre ore intense e, nonostante i difetti appena raccontati, sicuramente accattivanti? La vita di un uomo, è questa la scelta pressoché totale e assoluta: di Fabrizio si racconta la famiglia d’origine, il complicatissimo rapporto con il padre, il rifiuto di una vita e di un lavoro ‘borghesi’, a favore del tentativo di vivere solo con quanto realizzava con la sua chitarra, con la sua vena poetica e con la sua inimitabile voce.

Scelta la strada del puro spunto biografico e di svelare prima di tutto il privato di De Andrè, Facchini e gli sceneggiatori ne traggono tutte le conseguenze. Le canzoni di Fabrizio riecheggiano inimitabili a contrappuntare il racconto attento di tutto quello che stava loro intorno: le nottate libere e ribelli nei caruggi di Genova con gli amici di gioventù, la bottiglia sempre pronta a esaltare un po’ una vita davvero complicata, la sigaretta sempre in bocca, alla fine, il grande disagio di vivere. E poi le liti con le ‘istituzioni’ e con il rigido padre che in qualche modo le rappresentava, la scelta di una vita libera e ‘vera’, l’abbandono del posto ‘sicuro’ in una scuola genovese.

Soprattutto si racconta nei dettagli il rapporto di Fabrizio con le due donne più importanti della sua vita: la borghese Puny, più vecchia di lui, che finisce vittima proprio della sua ‘rigidità’ in tema di vita e di valori, inaccettabile per lo spirito ribelle del marito, e poi Dori Ghezzi (interpretata da una Valentina Bellè meno bella dell’originale), che irrompe improvvisa nella sua esistenza. E poi i figli (Cristiano e Luvi), gli amici come Paolo Villaggio, la Sardegna, il rapimento, la difficile ripartenza dopo il pagamento del riscatto e il terremoto esistenziale subito.

Sulla vita personale di Fabrizio c’è davvero un po’ tutto, fin troppo, comprese alcune cadute di stile del film, talora alla ricerca del ‘brillante a ogni costo’, come quando all’inizio nella bella casa del padre irrompono improvvisamente alcune anatre o quando si sfiora la pochade, facendo nascondere nell’armadio Fabrizio, sorpreso a letto con Puny dalla madre di lei ben prima che la sposasse. Ecco, questo si poteva proprio evitare.

Purtroppo - spiace dirlo - il tono è un po’ da ‘rotocalco rosa’: non a caso - crediamo - Fabrizio e Dori sfogliano a un certo punto un periodico che racconta a caratteri cubitali la loro storia ‘semiclandestina’. Si ammicca anche al pubblico: i grandi personaggi rappresentati sono sempre chiamati per nome e non per cognome e gli spettatori sono invitati a riconoscerli, quasi fossimo in una specie di quiz.

Di qui - riteniamo - anche il fatto che Paolo Villaggio, pur interpretato da un Gianluca Gobbi che riesce a renderlo in modo formidabile, è proprio come lo (vuole) ricordare il pubblico: scherzoso e brillante, sempre a disposizione dell’amico, inconfondibile nella sua caratteristica silhouette. Sarà poi stato davvero così? È lecito dubitarne un po’.

Fernanda Pivano, poi, che accompagnò per mano Fabrizio nella nascita di un capolavoro assoluto come ‘Non al denaro non all’amore né al cielo’, entra in scena nel film solo molto dopo quegli anni, in Sardegna, addirittura.

È questo che dispiace: è come se il film rinunciasse a parlare delle opere e dell’arte di Fabrizio, della sua importanza a livello sociale e politico, perché quella operazione sarebbe stata troppo difficile e azzardata, troppo complicata, forse davvero ‘impossibile’. E così ci si orienta su particolari privati che tutti possano capire, tenendo anche conto della destinazione televisiva finale.

Proprio per questo il film Tv avrà un grandissimo successo: perché sapere tante cose, talora anche un po’ romanzate, della vita privata di un genio è un’operazione ‘popolare’, che ti dà l’illusione di avvicinarti all’arte e alla poesia e di capirle almeno un pochino di più. Purtroppo tutto è invece spesso superficiale, abbozzato, si va per accenni un po’ su tutto, senza approfondire quasi mai, senza una comprensione un po’ più profonda.

Aggiungeteci, sempre per capire perché l’opera avrà successo, il solito straordinario Ennio Fantastichini e soprattutto la personalità di un Luca Marinelli la cui scelta è stata sicuramente la cosa migliore del film Tv: si impegna allo spasimo, anche nel canto, senza pretendere di capire davvero De Andrè ma solo di cercare di rappresentarlo per come lo vede lui. Non è il magnetismo di un Beppe Fiorello che creava un ‘secondo Modugno’ e in lui si identificava completamente, è un’operazione sofferta e intellettualmente complicatissima. Però il risultato c’è: Marinelli ha il fisico adeguato, ha lo spirito giusto, rappresenta un po’ la stessa difficoltà esistenziale di Fabrizio. E lo si è visto anche alla conferenza stampa all’Anteo: al momento di parlare faceva una premessa da ‘timido novellino’: ‘Ora devo rispondere io alle vostre domande, vero? Ci proverò’.

Dori Ghezzi era soddisfatta e un po’ orgogliosa all’anteprima dell’Anteo: si parlerà di nuovo tanto di lei e del ‘suo Fabrizio’, se ne preserverà in qualche modo la memoria (il film evita di rappresentarne la prematura scomparsa, quasi vent’anni fa), si ricorderà un artista straordinario di cui l’Italia può solo andare fiera. E alla fine, anche se abbiamo scritto di molti difetti, viene proprio voglia di darle ragione.

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