Le nuove regole per la ‘spartizione’ dei diritti Tv

 

Il tema è stato trattato da Francesco Saverio Intorcia e Matteo Pinci in un dettagliatissimo articolo su ‘Affari e Finanza’ di ‘Repubblica’. Eccone una sintesi:

 

“Due incognite pesano sul futuro del calcio italiano: il bando per l’assegnazione dei diritti Tv del triennio 2018-2021 e i nuovi criteri di distribuzione delle risorse. In chiusura di legislatura, il Governo ha inserito nella legge di bilancio le modifiche alla legge Melandri che cambiano il metodo di divisione di una torta da oltre un miliardo. D’ora in poi le risorse derivanti dai diritti Tv della Serie A andranno ripartite per il 50% in parti uguali (era il 40%), per il 30% sulla base dei risultati sportivi e per il 20% sulla base del “radicamento sociale”. Dietro le percentuali, due i dati nuovi: i grandi club temono di veder ridotta la loro fetta di torta e l’ingresso nel computo della audience Tv delle partite. E aprono una battaglia all’interno della Lega di Serie A.

Ecco come funzionerà. L’aumento della quota fissa, uguale per tutti, significa la certezza di 5 milioni in più per le squadre medio-piccole: quota significativa, i club con la fetta più magra finora si accontentavano di 25 milioni totali.

Resta invariata, nel suo complesso, la percentuale attribuita ai risultati del campo, ma muta la ripartizione interna: finora, l’ultima stagione pesava per il 5%, le ultime cinque per il 15%, tutto il passato del club per il 10%. La riforma voluta dal ministro Lotti premia il risultato della stagione in corso (il 15%), riducendo al 10% l’incidenza dell’ultimo quinquennio e al 5% quello del passato storico del club (dal ’46/47 a oggi). Non si può vivere di gloria antica, insomma…

L’altra novità riguarda il peso dei tifosi: il concetto di “radicamento sociale” sostituisce quello di “bacino d’utenza”. In origine l’incidenza del pubblico era del 30%: il 25% in base a indagini demoscopiche, il 5% in relazione alla popolazione della città. Adesso la platea vale solo il 20% e sarà calcolata tenendo presente il pubblico effettivamente pagante allo stadio nelle ultime tre stagioni, “nonché in subordine l’audience televisiva certificata”. Servirà un decreto di Palazzo Chigi per determinare, in concreto, i sistemi di calcolo dei nuovi parametri.

Ma fra i club è già battaglia: le grandi temono di veder ridotta sensibilmente la propria fetta. Meglio garantire una spartizione democratica o la competitività delle grandi in Europa? È il nodo centrale della questione…

Se in questo torneo la forbice tra la più ricca - la Juventus - e l’ultima per incassi sarà di oltre 80 milioni, le prime stime per il prossimo triennio fanno pensare a tagli clamorosi. La Juve ne perderebbe circa 40, Milan e Inter 20, Napoli e Roma una decina. Da un lato, crescerebbe l’equilibrio interno. Dall’altro, le grandi perderebbero potere d’acquisto e, dunque, competitività nelle Coppe, con il rischio di scivolare nel ranking Uefa e di non riuscire a difendere i quattro posti Champions appena riconquistati. Brandendo questa tesi, le società più potenti si sono attivate: la Juventus è diventata la capofila di un gruppo che ha chiesto e ottenuto di discutere i termini di quel “radicamento sociale”. Ad esempio, inserendo nella norma il criterio dell’audience televisiva.

In fondo, se i soldi sono quelli delle Tv, perché non tenere conto di quello che il pubblico in Tv vuole vedere? Questo criterio mitigherebbe le perdite per le squadre principali.

Ma la vera svolta è un’altra: dagli uffici del Ministero le big della Serie A hanno avuto indicazioni che la compilazione delle graduatorie parziali - quella del merito e quella degli ascolti - secondo i criteri che verranno definiti dal decreto governativo non avverrà più su base 20 (il numero delle squadre del campionato), ma su base 50, con nuovi coefficienti che daranno maggior peso alle prime posizioni rispetto alle ultime…

Torna all’ordine del giorno (anche ) un altro tema di vecchia data: il “paracadute”, i 60 milioni annuali stanziati a garanzia di chi retrocede in B. Le grandi possono minacciare di cancellarlo, per fare pressioni sulle piccole. L’idea è comunque di ridurlo, soprattutto per chi retrocede dopo un solo anno in A.

Il criterio prevalente sull’audience resta quello delle presenze allo stadio. I numeri della stagione sono incoraggianti: da quasi dieci anni non c’era tanta gente a seguire le partite dal vivo. La media del girone d’andata è stata di 24.579 spettatori per gara. Per avere un dato migliore bisogna andare al 2008-2009, quando il totale di paganti e abbonati era di 24.825. Secondo il Centro studi della Lega, quest’anno la Serie A ha guadagnato 3mila spettatori”.

 

Ma qual è la classifica degli ascolti Tv per le varie squadre? ‘Affari e Finanza’ pubblica anche un grafico esemplificativo. Al primo posto c’è naturalmente la Juventus, con 1.757.038 spettatori medi, al secondo l’Inter con 1.534.756, al terzo il Milan con 1.286.435. A seguire: Napoli (1.244.544), Roma (1.034.169), Lazio (827.729), Bologna (639.302), Atalanta (626.981), Torino (560.816), Sampdoria (523.804), Genoa (492.626). Solo a questo punto c’è la Fiorentina (488.560), seguita da Cagliari (475.657), Verona (419.273), Udinese (396.386), l’imprevedibile Benevento (367.865) e infine Crotone (336.495), Spal (322.464), Chievo (312.713) e Sassuolo (288.991).

Un altro grafico dà conto di un altro elemento-chiave: la Serie A ha visto i suoi ricavi nella stagione 2015-2016 divisi fra sponsor e attività commerciali (17%), plusvalenze per cessione calciatori (16%), proventi ingresso stadi (9%), altri ricavi e proventi diversi (10%), contributi in conto esercizio (1%). Il resto (46% circa) arriva naturalmente proprio dai diritti televisivi e radiofonici.

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